La figura femminile centrale tra i cattolici

Al contrario di quanto spesso sostengono certe ricostruzioni semplicistiche sulla misoginia cristiana, le donne nel vangelo figurano come destinatarie del suo messaggio. Gesù, nella predicazione e parabole, sceglie molte volte personaggi femminili ed è evidente la sua critica implicita all’identificazione, nel linguaggio patriarcale, tra «uomo» e «maschio». Il Nazareno è seguito da una folla composta di uomini e di donne e proprio alla categoria più socialmente disprezzata, quella delle prostitute, si dirige la sua parola. A loro e ai pubblicani, Gesù promette l’accesso al regno dei cieli. Proprio le donne, che nella società giudaica del primo secolo non potevano testimoniare in tribunale perché la loro parola non aveva valore, saranno le prime testimoni della risurrezione.
La «rivoluzione» cristiana darà alla donna un posto nuovo, e, scrive Vittorio Messori, «abolirà cose come la preghiera del mattino in cui si ringrazia l’Eterno di averci fatti maschi e non femmine, o come l’esortazione rabbinica a bruciare la Scrittura, piuttosto che lasciarla toccare da mano di donna». Nella primitiva comunità cristiana è attestato poi il ruolo delle «diaconesse», un servizio a cui accenna san Paolo nella Lettera ai Romani: «Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencrea», ed è documentato che nel III secolo in Siria esistevano delle diaconesse che aiutavano il sacerdote nel battezzare le donne, seppure non investite di un servizio ministeriale ordinato.
Anche nel medioevo, ingiustamente tacciato di essere un’epoca «oscura e buia», secondo una fortunata vulgata dell’epoca illuminista, troviamo donne che tengono testa a Papi e cardinali - si pensi soltanto a santa Caterina da Siena - e badesse temute e potenti, in qualche caso persino «mitrate», cioè abilitate a indossare il copricapo vescovile e aventi in anche giurisdizione sulla parte maschile nei cosiddetti monasteri «doppi».
La Chiesa cattolica, che con quelle orientali ortodosse conserva la tradizione apostolica, non ha però mai ammesso le donne al sacerdozio (né tanto meno all’episcopato). Decisione ribadita l’ultima volta da Giovanni Paolo II, nel 1994, con la lettera «Ordinatio sacerdotalis», uno dei due casi del suo lungo pontificato nei quali Papa Wojtyla è ricorso alla formula dell’infallibilità: il motivo non è soltanto legato al fatto che Gesù tra i dodici non abbia chiamato donne, ma anche alla creazione dell’essere umano come sessuato. «Nell’alleanza - spiegava l’esegeta Ignace de la Potterie - Dio si presenta come lo Sposo del popolo suo, che è sempre donna. La donna quindi rappresenta la Chiesa, e Cristo, che era maschio, è lo Sposo della Chiesa. E dunque, quando il sacerdote celebra l’eucaristia, che è il sacramento della nuova alleanza, rappresenta Cristo Sposo... Mettere al posto dello Sposo una donna equivale a un atto teologicamente contro natura».
La valorizzazione del gentil sesso nella Chiesa cattolica è un processo che deve compiere ancora molta strada per essere adeguatamente compiuto, ma non passerà attraverso la loro «clericalizzazione». Quale potente cardinale, in fondo, non sarebbe caduto in ginocchio davanti a una piccola grande donna come la beata Madre Teresa di Calcutta?