Il film del weekend: "Anime nere"

Un film di grande forza emotiva che ritrae un mondo, quello legato alla 'ndrangheta, consacrato all'oscurità

Applaudito alla 71° edizione del Festival del Cinema di Venezia, "Anime Nere" di Francesco Munzi è un viaggio in una cultura arcaica che resiste uguale a se stessa e condanna i suoi figli a una sorte ineluttabile. Liberamente ispirato al romanzo omonimo di Gioacchino Criaco, edito nel 2008 dalla casa editrice Rubettino, il film racconta di tre fratelli originari di Africo, paesino dell'Aspromonte. Due di loro, nel corso degli anni, si sono trasferiti a Milano: Luigi (Marco Leonardi) segue affari legati al traffico di droga, Rocco (Peppino Mazzotta) ha invece usato i guadagni criminali di famiglia per crearsi una carriera imprenditoriale. Il terzo, Luciano (Fabrizio Ferracane), è l'unico a essere rimasto a vivere in Calabria dove coltiva la terra e alleva bestiame; la sua è un'esistenza tranquilla, almeno fino a quando suo figlio Leo (Giuseppe Fumo), a seguito di una provocazione, compie un gesto avventato e irresponsabile innescando un meccanismo di vendette tra clan rivali.

Si tratta di un film inizialmente inospitale, recitato in dialetto (anche se sottotitolato), che ha nell'asprezza la sua cifra stilistica e che presenta con grande realismo una terra che dal punto di vista cinematografico è restata finora quasi inesplorata. Si familiarizza molto lentamente con i personaggi e con certi luoghi aspri e desolati ma, una volta lasciatisi rapire, l'esperienza è viscerale. Munzi, assecondando la sua indole documentarista, ci fa vivere da dentro cosa significhi appartenere a una famiglia invischiata da sempre con la malavita organizzata. Non c'è denuncia sociale o condanna morale, c'è il drammatico ritratto di un microcosmo in cui l'educazione criminale si compie sempre e comunque, come se impregnasse l'anima a ogni respiro e la nutrisse di oscurità. Non c'è via di fuga, non basta cambiare cielo, perché il legame con certe origini sembra avere dentro un destino già scritto. Il richiamo ancestrale del sangue e un codice morale fondato su onore e vendetta, rendono precaria l'esistenza di queste persone e perpetuano un ciclo in cui l'odio alimenta se stesso. L'atmosfera pesante e lugubre, resa attraverso una fotografia cupa, non abbandona mai queste macerie umane il cui malessere è respirabile.

Tra gli interpreti, tutti bravissimi, ci sono molte persone del luogo a dare ancora più veridicità al racconto. "Anime nere" è un noir che, grazie ad una costruzione drammaturgica inappuntabile, muta piano piano in una tragedia dai lontani echi shakespeariani. L'orrore è continuamente suggerito e mai spettacolarizzato. La tensione, costante, accompagna la lenta gestazione di un finale di grandissimo pathos.