«Filosofeggiare a Teheran contro ogni integralismo»

Ramin Jahanbagloo, intellettuale laico iraniano, mette a nudo le contraddizioni di un Paese chiuso verso l’Occidente ma contagiato dalla modernizzazione

da Granada (Spagna)
Il suo nome significa “figlio del Signore del mondo”, ma lui si schermisce e ironizza: «Detto così suona arrogante. In realtà sono più modesto». Ramin Jahanbagloo è un intellettuale iraniano laico che si autodefinisce un political philosopher o meglio, un «cosmopolita critico». Lo abbiamo incontrato in occasione del World Political Forum che si è chiuso ieri a Granada («Mediterraneo: incontro e alleanza di civiltà»). E proprio mentre i relatori si confrontavano su temi di stretta attualità - la cooperazione euro-araba, lo spazio comune di pace, sicurezza, stabilità - dai media rimbalzavano le violente sortite del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad (dalla cancellazione di Israele dalla carta geografica alla negazione dell’Olocausto fino alla richiesta ad Austria e Germania di offrire un territorio per trasferirvi gli ebrei); esternazioni che rimandano l’immagine di un Paese conservatore e fondamentalista, dove gli oppositori non hanno voce, i diritti civili sono calpestati e lo spauracchio del nucleare incombe.
Ma è proprio così? Lo abbiamo chiesto a Jahanbagloo, classe 1956, scrittore, storico, direttore del Dipartimento di studi contemporanei del centro di ricerca culturale iraniano e una delle poche voci indipendenti che vivono e lavorano a Teheran. Parla e scrive tre lingue fluently, sta studiando l’italiano, ama l’Italia, il neorealismo, Walter Chiari, Sordi, Antonioni e Gassman. Odia i reality («Vanno bene in Paesi dove non ci sono sfide enormi da compiere come da noi»).
In una recente intervista Abraham Yehoshua ha dichiarato che esternazioni come quelle di Ahmadinejad «fanno risuonare in noi echi di tragedie che credevamo sepolte, inghiottite dal tempo e dalla Storia».
«L’Iran è come un caleidoscopio; un Paese con contraddizioni e paradossi, dove c’è posto per Mtv e per le donne col velo. Lo stereotipo di un Iran bigotto e integralista è solo uno dei tanti aspetti. Dipende da quale punto di vista si vuol vedere la società: c’è il governo con il suo leader, ma ci sono anche gli intellettuali e gli artisti sconosciuti in Occidente, donne emergenti e gente impegnata. La cultura è una reazione nei confronti di una visione monolitica della realtà».
Nessun problema dunque?
«Il problema in Iran è generazionale; la percentuale dei giovani sotto i trent’anni è altissima. Sono post-ideologici, non sono anti-americani e non nutrono risentimento nei confronti degli stranieri. Sono giovani identici a quelli che si vedono qui da voi, nel bene e nel male. Per il resto guardano le tv satellitari, sono informati, usano Internet. Il governo lo sa ma non può intervenire, il processo ormai è avviato. Dell’Iran da voi si ha un’immagine mutilata. In realtà è un Paese dinamico, moderno, con una società attiva, che non va identificata con il governo. E poi ci sono gli intellettuali».
Potete dire tutto quello che volete?
«C’è un vecchio detto: “Hanno la libertà di esprimersi ma non hanno la libertà dopo che si sono espressi”. Ma noi cerchiamo di guardare oltre, di andare avanti. Bisogna lavorare in direzione del dialogo, contro ogni fondamentalismo, religioso e politico, sia da Oriente sia da Occidente».
In che modo andate avanti?
«Per quello che mi riguarda viaggio, tengo conferenze, negli ultimi tre anni ho organizzato dei dibattiti e ho invitato in Iran personaggi tra cui Adam Michnik, Agnes Heller, Thimothy Garton Ash. Ho anche messo in piedi una conferenza su Machiavelli dal titolo “Leggere Machiavelli in Iran”, con prestigiosi docenti iraniani ed europei. Non ci sono stati problemi. Mi definisco un mediatore fra due culture, che vuol dire prendere e restituire quanto c’è di meglio. Molti come me vogliono la verità: li chiamo gli animatori delle idee, gente sincera, responsabile, che agisce su base etica».
Non ha mai avuto paura?
«La paura la si può provare ovunque e per diversi motivi, in Usa, in Italia... Cosa vuol dire avere paura? Penso che per tutte le cose ci voglia pragmatismo, realismo e un po’ di pessimismo teorico. Certo, non è sempre facile».
E a proposito della libertà di stampa e della gravi restrizioni imposte ai media in Iran?
«Io parlo della società, della società iraniana che cerca sempre di più un dialogo al di fuori. Così come lo hanno fatto i Paesi dell’Est europeo in passato, personaggi come Havel e altri ancora, gente che ci ha provato. Noi abbiamo un’élite di intellettuali che non hanno votato l’attuale presidente. Neanche i giovani, erano disillusi. Hanno boicottato le elezioni. Vivere oggi in Iran è una sfida permanente. Per tutti».
A proposito del nucleare...
«Sulla questione atomica ripeterei cose risapute che già si leggono sui giornali. Preferisco parlare della cultura iraniana, un patrimonio straordinario, con radici profonde e di enorme interesse che, lo ripeto, da voi è poco conosciuto e che meriterebbe di esserlo. Oggi esistono due categorie di intellettuali e di artisti: quelli che sono rimasti e quelli che se ne sono andati».
Come la scrittrice-fumettista Marjane Satrapi, il regista Abbas Kiarostami o Azar Nafisi, la nota autrice di Leggere Lolita a Teheran?
«Sono tutti bravi, hanno avuto successo soprattutto all’estero, ma sono solo la punta dell’iceberg. In Iran ci sono molti altri personaggi da scoprire».
Per esempio?
«Uno fra tutti è lo scrittore di fiction Dolat Abadi».
Come s’immagina il futuro?
«C’è molto da fare. Ma come prima cosa dovremmo fare tutti tabula rasa, etica e politica, indossare lenti nuove e guardare il mondo in modo diverso. Senza pregiudizi, da nessuna parte».
m.gersony@tin.it