La filosofia di Capello: «Spettacolo? Se capita»

La Juventus cerca la fuga a Parma per prolungare la striscia record in testa alla classifica del tecnico. Patti chiari e turnover i segreti del suo successo

Alessandro Parini

da Torino

Dice Capello: «Non so se questa sia la squadra più forte che io abbia mai allenato. Il calcio si evolve troppo in fretta per pensare di poter fare dei paragoni sensati: aumenta la velocità, si affinano le tattiche e cambiano mille cose. Di sicuro, però, questa è una grande squadra. Il morale è buono, anche oggi (ieri, ndr) ci siamo allenati alla grande».
Chiaro? Il Parma, avversario di stasera nell’anticipo della quinta giornata, non si faccia illusioni. La macchina pilotata da Don Fabio ha tutta l’intenzione di continuare a sprintare, incurante del fatto che quella di quest’anno sarà una maratona infinita: chi veste il bianconero si è travestito da Asafa Powell, primatista del mondo dei 100 metri, e non ha intenzione di rallentare. Se poi succederà, il saggio Capello ha già avvisato tutti. «Mica possiamo sempre vincere per distacco, come lo scorso anno. Ci si può laureare campioni anche facendo un solo punto più degli avversari».
Noi siamo pronti, è il messaggio. Intanto, stasera, punta al pokerissimo. E, da quando è in bianconero, non ha mai visto qualcuno stargli davanti: 42 partite in testa alla classifica, scusate se è poco. Insaziabile, Capello: l’ideale per la Juve e per Torino. Dove si va in campo per lavorare, sudare, produrre. E vincere. «Spettacolo? Se capita. Prima i tre punti», ripete sornione. Hanno preso Vieira per fare un salto di qualità prima di tutto nel rendimento, non certo nell’eleganza: il francese li ha ripagati segnando due gol in quattro partite e rivelandosi tra i migliori in campo.
Capello, da qualche settimana, sorride più spesso. Si vede che si diverte: «Alle statistiche non bado, le leggo solo quando le scrivete voi. Per me conta arrivare primo a fine stagione». Vero. Ma certi numeri aiutano a capire: in campionato, 231 giornate in testa, meglio di Trapattoni (216), Herrera (150), Liedholm (138) e Lippi (115). Non basta? Settantacinque gol segnati dalla sua Juve tra la stagione scorsa e l’inizio di questa (un gol ogni 50 minuti), 28 reti subite, 30 vittorie, otto pareggi e quattro sconfitte.
La ricetta? Lavoro, lavoro e ancora lavoro. E chiarezza dei ruoli: «Sono pagato per fare delle scelte. L’ho detto subito ai ragazzi, questa estate: se volete rimanere, siate pronti ad accettare chili di turnover. Se non vi va bene, l’indirizzo della sede lo conoscete: andateci e chiedete di essere ceduti». Ovviamente nessuno si è azzardato e Trezeguet si è accomodato senza fiatare in tribuna a Udine, oggi magari capiterà lo stesso a Nedved (Mutu potrebbe esordire dal primo minuto) o a Emerson (Giannichedda, dopo la buona prova del Friuli, si è guadagnato la riconferma), domani a qualcun altro. Anche Ibrahimovic, che non è la modestia fatta persona, si è adeguato e contro l’Ascoli ha passato il primo tempo a guardare gli altri. Per non dire di Del Piero, che non è sbottato dopo le 28 sostituzioni della stagione passata e figuriamoci se lo farà nell’anno che porta ai Mondiali.
Questa è la Juve. Una macchina da guerra calcistica. Granitica. Quasi inattaccabile. Con una buona dose di fortuna, anche. Per dirla con Galliani, «Culovic quest’anno gioca nella Juve: ne avremmo bisogno anche noi». Capello ha preso nota, dato una sbirciata alle liste Uefa e replicato: «Io sono preoccupato del numero 15 del Rapid Vienna che ci troveremo di fronte martedì in Champions League». Sogghignava. Per la cronaca, il numero 15 austriaco è Stefan Kulovits, classe 1983, centrocampista che non era nemmeno in panchina contro il Bayern Monaco e che difficilmente scenderà in campo al Delle Alpi. È stato comunque nazionale austriaco Under 19 e Under 21, mentre la passata stagione è rimasto spesso fermo per un infortunio a una caviglia. Ha un soprannome curioso, datogli dal suo compagno di squadra Andreas Herzog: «The fighting mosquito», ovvero una zanzara fastidiosissima. Capello, perfezionista fino all’eccesso, saprà anche questo. Ed è il motivo per cui tanto ha vinto e tanto vincerà. Fino a quando ne avrà voglia.