La filosofia in fotocopia del «così fan tutti»

Leggo con sconcerto le reazioni di persone che si occupano professionalmente di filosofia, segnatamente Salvatore Natoli e Gianni Vattimo. Sia io, sia Giulia Sissa avevamo notato, in conversazioni nostre di questi giorni, due silenzi assordanti, quello di La Repubblica e quello dei filosofi italiani.
Per quanto riguarda il secondo tipo di silenzio, ne spiegavo le possibili ragioni già in brevi segnalazioni in margine alla documentazione del copia-incolla ingegnosamente eseguito da Galimberti in L’ospite inquietante (vedi il Giornale del 17 aprile), in cui riferivo in maniera per lo più allusiva al fatto che Galimberti fosse non tanto un «mariuolo» (parola divenuta particolarmente evocativa da vent’anni a questa parte) facilmente isolabile in un contesto (la «comunità scientifica» di cui parla Natoli sul Giornale di ieri) di virtuosi dell’argomentazione filosofica ma, come scrivevo, quanto un «uomo sistema». Il che non significa che il copia-incolla sia fisiologico al lavoro filosofico (come scrive invece Vattimo sul Corriere della Sera di ieri, che titolava: «Che torto ha Galimberti? Filosofare è copiare»). Di fatto in Italia, se si guarda alla produzione filosofica, si rimastica, si riassume, si sintetizza, ci si allinea, si sottoscrive e infine, a volte platealmente, si plagia, perché in fondo l’originalità, l’indipendenza di giudizio e più in generale l’autonomia intellettuale non pagano granché.
La bontà scientifica del lavoro filosofico è determinata, in Italia, dalla propria collocazione accademica, dalle alleanze che stipuliamo o che vengono stipulate per nostro conto, e l’ultima parola è affidata alle «valutazioni comparative», o ai giudizi di amici influenti, o all’accesso a spazi mediatici lottizzati e suddivisi in quote e appannaggi (tanto per rispondere per specula all’altro silenzio assordante). Non sorprende pertanto che Vattimo, filosofo-sistema per eccellenza, difenda Galimberti, invocando un’etica da «così fan tutte» che fino a ieri era stata diligentemente applicata dai filosofi italiani (con le dovute eccezioni, si capisce...) ma mai teorizzata con tanta sottigliezza. Ricordandoci - come scriveva con ben altra auctoritas Alfred Whitehead - che la filosofia occidentale è una serie di glosse a Platone, Vattimo ci rammenta che la filosofia in fondo è tutta uguale, ma omette di dirci quali siano allora i criteri per distinguere un grande autore da un diligente amanuense; quali siano cioè i criteri di inclusione nel canone, di attribuzione di gloria e prebende accademiche e, non ultima cosa, di riconoscimento scientifico per le proprie idee.
Più informativa nel merito è l’intervista a Salvatore Natoli sul Giornale di ieri. Natoli ha evidentemente subìto le stesse licenziose attenzioni che Galimberti aveva riservato a Sissa ma si fa vivo solo ora, dopo vent’anni, per evitare, così dice «l’imbarbarimento della filosofia», suggerendo quindi che questo imbarbarimento sia non tanto in full swing, come si direbbe su altre sponde, ma piuttosto un male da scongiurare, magari secretando la pratica (per cui che Galimberti continui pure ad «argomentare filosoficamente» secondo protocolli, Vattimo dixit, che esistono da che esiste la filosofia). Ma Natoli, dicevo, entra nel merito della questione cui allude Vattimo e dichiara che per scongiurare l’imbarbarimento occorre questo: «In primo luogo che la comunità scientifica deve vigilare di più».
Ma qui siamo precisamente al nocciolo della questione, a quanto le vicende di questi giorni fanno direttamente riferimento. Quale comunità scientifica? Quella nazionale, dei filosofi festivalieri, sempre in commissione, sempre con un nuovo libro in vetrina a ogni volgere di stagione? Oppure quella internazionale, come da più parti si ripete da sedi anche autorevoli, senza che i filosofi abbiano mai dato segnali di avere recepito? Salvatore Settis auspicava sul Sole 24 Ore del 26 giugno 2006 che reclutamento dei ricercatori, distribuzione di risorse e soprattutto valore del proprio lavoro scientifico potessero fondarsi su una valutazione centrata, come ovunque, sugli accrediti della comunità scientifica internazionale. Dunque, chiedo ai filosofi italiani, i criteri per valutare che cosa sia il lavoro «scientifico» di Galimberti (e il loro!) chi li stabilisce? Vattimo? Il dipartimento di filosofia dell’Università di Venezia? Le lettrici di La Repubblica? I filosofi italiani in toto? O, come è buona consuetudine ovunque sul nostro pianeta, la comunità scientifica internazionale?