Finì da eremita ma ebbe una vita da star

Il caprimulgo era recidivo. Da giorni, si posava sul davanzale di Clouds Hill e batteva col becco il vetro della stanza in cui si trovava l’unico abitante della villetta. Se costui cambiava camera, il rondone si spostava e, toc toc, bussava alla nuova finestra. «O è un giornalista travestito che cerca di stanarmi o un uccello vanitoso che vuole specchiarsi nel vetro», pensava con humour il Nostro. Prolungandosi la cosa, ebbe invece la sensazione di un lugubre presagio. Si stizzì e pregò il vicino che possedeva un fucile di uccidere appena possibile il caprimulgo. Poi, inforcò la sua «George VII» e partì.
Il solitario di Clouds Hill era un patito di motociclette. Dal 1922, ormai da 13 anni, il costruttore George Brough ne faceva dei prototipi solo per lui. Ne aveva già avute sei che chiamò George I, II, III, IV, V, VI, in onore sia di Brough, sia di Giorgio V, il re dell’epoca. Tutte le moto raggiungevano i 150 km orari. La George VII, dono del suo amico Bernard Shaw, arrivava a 200.
Il Nostro, dunque, dette gas e sparì tra le colline del Dorset. Per un po’ si udì il rumore delle accelerazioni e dei cambi di marcia. Poi, lo schianto tremendo. Il ragazzino in bici che gli aveva tagliato la strada fu ferito superficialmente. Il motociclista invece rantolava sul selciato. I soccorritori lo raccolsero con la precauzione che si doveva a un così illustre personaggio e lo ricoverarono.
Cinque giorni dopo il vicino, fedele alla consegna, fece secco il caprimulgo. Nello stesso istante, il Nostro spirò a 47 anni sul letto dell’ospedale. Alla sepoltura, seguì una solenne cerimonia nella cattedrale di San Paolo di Londra. Presenti i reali, Churchill e l’establishment, il busto del defunto fu incastonato tra quelli di Nelson e Wellington.
Per quanto avesse fatto, l’eremita di Clouds Hill non era riuscito a sottrarsi alla curiosità dei suoi connazionali. Dopo l’impresa eccezionale che gli aveva dato fama mondiale e ne aveva fatto l’eroe d’Inghilterra, il Nostro aveva sentito l’imperativo di tornare uomo tra gli uomini, lasciarsi alle spalle la gloria e il comando, farsi umile e obbedire. Per prima cosa, aveva preso il falso nome di John Hume Ross. Poi, lui che aveva guidato vittorioso un intero esercito, si era arruolato nella Raf come aviere semplice. «Ciò che rende anormale il mio caso - disse a un confidente - è di essermi ritirato dalla vita attiva a 35 anni e non a 75».
A Churchill, che avrebbe voluto farlo Viceré delle Indie e che era al corrente del suo travestimento, scrisse: «Il mondo ora non sa niente di me, piaccia a Dio che non lo sappia nemmeno la stampa». Speranza vana. Tre mesi dopo un giornale rivelò la vera identità di Ross. Seguì uno scandalo di enormi proporzioni e dai contorni opposti. Da un lato, cittadini e autorità inglesi si indignarono perché un eroe del genere era adibito a fare la gavetta. Dall’altro, i commilitoni lo sospettarono di essersi infilato tra loro per controllare umori e efficienza della Raf e riferirne alle alte sfere. Ross, in fondo, era sempre stato un agente segreto di Sua Maestà e il marchio gli si era attaccato alla pelle.
Il Nostro sparì qualche tempo, lasciando calmare le acque. Riapparve l’anno dopo col nome di T.E. Shaw nella veste di soldato semplice delle Truppe corazzate. Il suo obiettivo era sempre quello di seppellire il luminoso passato. Era infatti ossessionato da un patologico desiderio di autoflagellazione. Fu scoperto anche questa volta e lo scandalo si rinnovò. Decise così di ritirarsi a vita privata, ma continuò a essere circondato dalla curiosità generale. La stampa, in particolare, non riusciva a credere che un simile uomo d’azione rinunciasse per niente alla gloria acquistata. Gatta ci cova, pensavano i sempre scaltri cronisti. Invece, il suo desiderio era assolutamente autentico.
Il Nostro non si amava. Soffriva per la curiosa illegittimità delle origini. Il padre, Thomas Chapman, era un nobile sposato con una cugina bisbetica. Si era poi innamorato della governante norvegese delle sue quattro figlie e era fuggito con lei. Ne aveva avuto quattro maschi, tra cui il futuro aviere Ross, e si era rifatto una vita con un nuovo cognome inventato. Fu con questo nome di fantasia che il Nostro è conosciuto nel mondo. Il ragazzo crebbe introverso e complessato. Divenne presto eccellente studioso delle Crociate e l’università di Oxford lo mandò come archeologo in Siria. Qui sentì di avere trovato la sua seconda patria. Si mescolò agli arabi, condividendone la vita. Beveva latte acido e mangiava frumento bollito con grasso di pecora. «Lo amiamo perché ci ama», dicevano gli indigeni della missione archeologica. Divenne inseparabile di un giovane efebo, Dahoum, dal quale si faceva frustare sull’esempio degli antichi monaci della Tebaide.
Tra uno scavo e l’altro, spiava per conto degli inglesi i turchi, cui gli arabi erano soggetti, e i tedeschi loro alleati. Allo scoppio della Grande Guerra ebbe l’idea di scatenare la rivolta beduina contro gli Ottomani e per due anni incendiò il deserto. Una crudele epopea che il ventottenne cercò per il resto della sua breve vita di dimenticare.
Chi era?