Finalmente la tanto attesa biografia del fondatore della Apple, l’americano perfetto: un concreto uomo d’affari, altro che fricchettone sognatore

Alla fine magari la risposta è tutta lì. Nel logo che si era scelto. Una mela, ma col segno di un morso in cima. La mela è americana come poche altre cose. C’è il peccato, la perfezione della sua buccia, la sua semplicità e la sua dolcezza. E poi c’è il morso, il segno lasciato da Steve Jobs. Il segno che la perfezione si infrange, che certe cose bisogna andarsele a prendere avendo il coraggio di trasgredire alle regole del giardino dell’Eden.
Questa è la suggestione nuova che nasce dalla lettura di quella che diventerà la bibbia ufficiale degli adepti del fondatore della Apple (morto il 5 ottobre), ovvero la biografia, autorizzata ma non deferente, scritta da Walter Isaacson e ora pubblicata in Italia da Mondadori: Steve Jobs (pagg. 642, euro 20). Il testo con il suo enorme numero di pagine, gli apparati di fonti, l’indice dei nomi e addirittura la scheda riassuntiva sui «personaggi principali» pare per sua natura avere la caratteristica del testo sacro, della versione definitiva a cui si appelleranno i seguaci del guru dell’informatica, quelli che non si accontentano della ormai cacofonica ripetizione del già logoro Stay hungry, stay foolish.
Infatti nella sconfinata serie di aneddoti (come Jobs che atterrisce gli educatissimi ingegneri giapponesi della Sony e della Alps che si inchinavano tutti in fila con complimenti tipo: «Perché mi mostrano questo? È una merda! Chiunque potrebbe fabbricare un drive migliore di questo») e di testimonianze in presa diretta (come quella di Bud Tribble sul “campo di distorsione della realtà” di cui Jobs era dotato: «In sua presenza la realtà è malleabile: lui è in grado di convincere chiunque di qualunque cosa»), quello che salta agli occhi è l’americanità di Jobs il suo essere nel profondo, al di là di tic, pose e nevrastenie, l’incarnazione del sogno di successo della middle class. Quella del guru, del fricchettone tecnologico (del Geek, come direbbe chi mastica pane e internet), sembra essere davvero solo e soltanto l’incarto dorato che ha aiutato a vendere il sogno della mela a milioni e milioni di clienti.
Vi hanno sempre parlato del Jobs affascinato dallo Zen? Tutto vero ma il concetto di bellezza che Jobs ha applicato ai computer è nato prima del suo viaggio in India o delle letture orientali. Paul Jobs, il padre adottivo di Steve, era un meccanico, costruiva di tutto nel suo garage con lo stile e lo spirito del tipico handyman yankee ha insegnato al figlio che «Quando si costruisce qualcosa bisogna farlo bene, anche nelle parti che non vede nessuno». Le case in cui è cresciuto Jobs erano figlie di quell’edilizia popolare americana ispirata alle idee di Frank Lloyd Wright che, come lui stesso a raccontato a Isaacson: «Erano belle, economiche e funzionali. Per la prima volta alle case delle persone a basso reddito venivano dati una linea pura e un gusto essenziale». Lo stesso gusto che avrebbe ispirato la sua ossessione per il design dell’AppleII (la madre di tutti i pc) e i Mac. Lo zen è un a posteriori, sentito e assimilato per bene, ma, in fondo, solo la declinazione cool e adatta allo zeitgeist degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, di un’idea molto a stelle e strisce.
Vi hanno sempre parlato del Jobs psichedelico e affascinato dalla controcultura? Bene. Jobs aveva le innate caratteristiche dell’uomo d’affari sin dalle origini. E quando si trattò di scegliere non ebbe mai dubbi, tra le comuni e il mercato scelse sempre il mercato. Sarà stato svalvolato quanto si vuole per la dieta vegetariana (una passione in comune con Hitler e Ghandi...) ma quando si trattò di mettere sul mercato il rudimentale AppleI ci mise pochissimo a convincere Steve Wozniak (il vero genio dell’informatica) a non mandare in giro i progetti gratis: «Ogni volta che progettavo qualcosa di bello, Steve trovava il modo di ricavarne quattrini per noi». E da lì in poi il suo vero talento furono sempre gli affari. Non per i soldi in sé, ma per quel gusto tutto yankee di fare: «Non mi sono mai preoccupato dei soldi. Essendo cresciuto in una famiglia della classe media, non ho mai pensato che sarei morto di fame». E forse è stata questa idea del “cavatela da te” a tenerlo sempre abbastanza lontano dalle iniziative filantropiche (a chi gli chiedeva soldi cercava di dare dei computer per farli lavorare meglio). Come per Bejamin Franklin c’era nel suo modo di creare un piglio calvinista, e filosofico. Quello che è alla base dell’America. E come in Thomas Edison, in Jobs c’era la spietatezza propria di chi sta conquistando un nuovo Far West, seppur tecnologico.
Ecco allora che nella biografia c’è anche “Jobs il freddo”, quello che ha lasciato dietro di sé decine e decine di amicizie spezzate perché gli affari sono affari e perché un prodotto perfetto conta più delle persone. Parola di Andy Hertzfeld, uno dei primi genietti reclutati dalla Apple (e che nonostante tutto si è sempre detto amico del fondatore): «Steve è l’opposto della persona leale... È anti-leale. Si sente in dovere di abbandonare le persone a cui è più vicino». Insomma niente guru e niente santino. Semmai un gigante americano che ha dato un morso al frutto dell’albero del bene e del male prima di regalarcelo in milioni di copie. Il resto è incarto dorato, uno scherzo da hacker, o quello di un monaco zen un po’ burlone...