Il finanziere «gaio» e gli Usa depressi

Per gli investimenti in Borsa puntava su poche aziende ma buone. Nella vita preferiva i ragazzi Ma una ballerina russa gli fece cambiare strategia

Fu uno dei più abili gestori di patrimoni del suo tempo. Innanzitutto del proprio, accumulato coi diritti d’autore e con alti incarichi politico-burocratici. Dapprima divenne ricco investendo in Borsa il suo peculio. Poi perse tutto con il crollo di Wall Street del ’29, ma riguadagnò con gli interessi quando la crisi fu risolta grazie anche a lui.
Dove però superò se stesso fu nell’amministrare dei beni del King’s College di Cambridge. Verso il King’s non aveva particolari ragioni di gratitudine, poiché gli aveva negato la fellowship rifiutando la sua tesi di laurea. Poi però il King’s lo aveva accolto come lettore e il Nostro fece un’eccellente carriera accademica in quella università. Sta di fatto che, a un certo punto, il Consiglio di facoltà gli affidò il tesoro del College. Il neo amministratore lo trasformò in un fondo che in breve divenne un gioiellino. Tra il 1928 e il 1945, tanto durò la sua gestione, il patrimonio del King’s ebbe un rendimento medio del 13,2 per cento, mentre nello stesso periodo l’economia inglese calava dello 0,5 l’anno.
I criteri cui si atteneva erano quanto mai semplici e fecero scuola per anni. Investiva in poche aziende, buone e conosciute. Manteneva poi l’investimento nel tempo anche in caso di perdite, poiché era un teorico dei cicli economici e dava per scontato che ci fossero alti e bassi. Vendeva solo in casi estremi, quando diventava evidente che l’acquisto era stato un errore. Insomma, aveva un modo di fare opposto a quello forsennato delle contrattazioni odierne, dove al minimo rumour si vende e si compra in preda al panico o all’euforia.
Alla placida razionalità che il Nostro dimostrava nella sua veste di finanziere, si contrapponeva una vita privata disordinata. Era infatti assiduo del gruppo di intellettuali che si riuniva a Londra nell’abitazione della scrittrice Virginia Woolf e che aveva fatto della sregolatezza l’unica regola.
Il docente del King’s fu, come di direbbe oggi, un omosessuale realizzato. Si estasiava davanti a dei pastorelli spagnoli, così come si infatuò di un giovanotto oxfordiano «bello ma stupido». Corse la cavallina gay per diversi anni tra il 1908 e il 1915. Fu un periodo talmente intenso e felice che egli lo definì «la buona vita» e «il nuovo rinascimento». Ebbe anche una relazione seria e appassionata con il pittore Duncan Grant, i cui particolari ci sono noti per l’ampio carteggio intercorso tra i due. In una lettera, il Nostro ragguaglia l’amante sui suoi studi di statistica economica e scrive: «Nulla ho mai trovato di più avvincente, se si esclude la copulazione». Quando poi la storia finì, il professore continuò ad assistere finanziariamente il pittore per il resto della vita.
Fu la Grande guerra a cambiargli la vita. Ormai noto per le sue teorie, divenne consigliere del Cancelliere dello Scacchiere per le questioni economiche. Partecipò con lui alla Conferenza di pace di Versailles indignandosi per la decisione di mettere in ginocchio la sconfitta Germania con le riparazioni di guerra. Previde il tracollo del Paese e la nascita del revanscismo tedesco, poi incarnato da Hitler. Nel 1918, a 35 anni, si innamorò di una deliziosa ballerina russa, Lydia Lopokova, e la sposò. Nonostante la lunga esperienza gay, fu un matrimonio molto felice, sia pure senza figli.
Ormai celebre, il Nostro fu consultato da diversi governi. Volle conoscerlo anche il presidente Usa, Roosevelt, alle prese con la Grande depressione. Nonostante avessero idee simili, incentrate sull’intervento dello Stato nell’economia, l’incontro fu un fallimento. Il professore, che era un dannato snob, tenne verso Roosevelt l’atteggiamento del colonizzatore inglese verso il colonizzato yankee. L’americano lo mandò garbatamente all’inferno e la collaborazione sfumò.
Le teorie del Nostro, sia quando era in vita, sia dopo la sua morte, furono utilizzate dai governi socialdemocratici per contrapporle a quelle comuniste di Marx. Il professore inglese era infatti un profondo disistimatore dell’economista di Treviri. «Come una dottrina così illogica e vuota possa avere esercitato un’influenza così potente sulle menti degli uomini e sugli eventi della storia, è un mistero», disse. All’italiano Piero Sraffa che gli aveva consigliato di leggere Il Capitale, replicò: «Ci ho provato e ti giuro che non sono riuscito a capire cosa tu ci abbia trovato e cosa ti aspetti che ci trovi io!».
Morì di infarto a 63 anni mentre cercava coi governi dell’Occidente un nuovo ordine economico mondiale nel secondo dopoguerra.
Chi era?