«Il fine delle nostre azioni è il Sommo Bene»

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore Bompiani, due epistole tratte dal volume René Descartes. Tutte le lettere 1619-1650. La prima, scritta in latino nel giugno del 1643, è diretta a Cartesio da Samuel Desmarets (1599-1673), e questa è la sua prima traduzione in italiano (anche nell’edizione francese non è stata riprodotta interamente). La seconda, di cui presentiamo uno stralcio, fu scritta in francese il 18 agosto 1645 da Cartesio alla bellissima principessa del Palatinato, Elisabetta.

Infatti, chiamo Dio quale testimone e giudice del fatto che né direttamente né indirettamente, ho ispirato l’idea di questo scritto (si tratta dell’Epistola ad Voetium, ndr) al Signor Descartes, uomo che prima di ricevere questo stesso scritto, conoscevo solo di nome; e che non l’ho in alcun modo, né mediamente, né immediatamente, spinto a comporlo; e che non ho visto tale scritto prima che fosse edito. Del resto, come avrei potuto, io, comunicargli, a suo vantaggio, gli atti recenti del Sinodo, dal momento che non li ho veduti se non molto tempo dopo essere giunto qui? Una sola volta gli ho scritto, per ringraziarlo dell’esemplare del suo libro trasmessomi; e, in quella circostanza, mi venne subito da meravigliarmi che anche a lui fossero note le cose che erano accadute al Sinodo; e così (lo dico in coscienza), quegli atti, che egli ha poi divulgato, gli sono stati comunicati a mia insaputa.

Osservo, in primo luogo, che c’è una differenza tra beatitudine, Sommo bene e fine o scopo ultimo cui devono tendere le nostre azioni: la beatitudine non è infatti il Sommo Bene, ma lo presuppone ed è la felicità o appagamento dell’animo derivante dal possederlo. Al contrario, per fine delle nostre azioni, possiamo intendere l’una o l’altra, poiché il Sommo Bene è senza dubbio la cosa che dobbiamo proporci come scopo in tutte le nostre azioni e l’appagamento dell’animo che ne consegue, essendo ciò che ci spinge a perseguirlo, è anch’esso giustamente detto nostro fine.
Osservo, inoltre, che la parola voluttà è stata presa in senso diverso da Epicuro rispetto a coloro che hanno polemizzato con lui. Infatti, tutti i suoi avversari hanno ristretto il significato di questa parola ai piaceri dei sensi; lui, al contrario, l’ha estesa a tutti gli appagamenti dell’animo, come si può facilmente giudicare da ciò che Seneca e qualche altro hanno scritto di lui.
Ora, tra i filosofi pagani tre sono state le opinioni principali sul Sommo Bene e sul fine delle nostre azioni, ossia quella di Epicuro, per il quale esso era la voluttà; quella di Zenone, che ha voluto fosse la virtù; e quella di Aristotele, che l’ha composto di tutte le perfezioni, sia del corpo che dell’anima. E queste tre opinioni possono, mi sembra, essere ritenute vere e concordi tra loro, purché vengano interpretate favorevolmente.