Fine di un'epoca: chiudono i caffè amati dagli intellettuali (ma non in Italia)

Il Bar Richmond di Buenos Aires adorato da Borges ha già abbassato la saracinesca, la Brasserie Lipp di Parigi, punto di incontro per Proust e Hemingway è diventato un ristorante di lusso. E gli altri? Sopravvivono ma non sono più un crocevia di cultura ma solo una tappa per tour turistici

La ricerca di una soluzione in extremis, il locale ha già chiuso a metà agosto, per mantenere in vita il Bar Richmond di Buenos Aires, storico caffè prediletto da Jorge Louis Borges e frequentato, fra gli altri, da Antoine de Saint-Exupery, Julio Cortazar e Graham Greene, è uno dei tanti segni del tramonto in questi anni di una tradizione al tramonto, quella appunto dei Caffè come luogo di cultura e di scambio fra intellettuali.
«Lipp» e «Les Deux Magots» a Parigi, «A Brasileira» a Lisbona, il Caffè Greco a Roma, il Caffè dei Fratelli Fiorio a Torino e il Caffè «Gambrinus» a Napoli, ad esempio, erano luoghi amati e frequentati da scrittori, artisti e letterati, abituati a ritrovarsi per lavorare nelle caffetterie della grandi capitali. Oggi sono spesso lsolo luoghi di culto turistico e basta. I grandi caffè ospitavano discussioni filosofiche e artistiche, ai loro tavoli sono nati manifesti politici e letterari, sono stati organizzati complotti, tanto che «non si potrebbe scrivere una pagina di storia nè letteraria nè artistica dell'Ottocento senza citare il nome di un Caffè», diceva Piero Bargellini, scrittore e politico italiano, sindaco di Firenze durante l'alluvione del 1966.
Andrè Gide o Andre Malraux, Antoine St Exupèry, Jean Genet, Balthus, Françoise Sagan, Jean Paul Sartre, Simone Signoret con Yves Montand e Albert Camus, erano accomunati dalla fedeltà alla «Brasserie Lipp», storico locale in Boulevard Saint Germain, chiamato dai francesi «la succursale della Camera dei deputati». L'autore de «La recerche», Proust, si faceva addirittura portare i boccali di birra alsaziana del «Lipp» dall'altra parte di Parigi. Dai tavolini della Brasserie (ora lussuoso ristorante) l'Hemingway giornalista scriveva i suoi dispacci pre-guerra. Dopo un periodo di crisi, la «Brasserie Lipp» è gradualmente tornata ai suoi splendori, a partire dal 1990, grazie alla famiglia Bertrand, che si impegna a continuare la tradizione, profondamente influenzata dalle sue radici dell'Auvergne. A Parigi c'è un altro luogo dove si possono ancora oggi incontrare artisti e letterati: è il «Cafè Les Deux Magots», che ha sempre giocato un ruolo importante nella vita culturale della capitale francese. In origine era un negozio di tessuti che vendeva biancheria di seta, e che ha preso il nome «Les Deux Magots Cina» da due statuine di personaggi cinesi, tuttora esistenti. Frequentato da molti artisti famosi tra cui Elsa Triolet, Jean Giraudoux, Picasso, Fernand Leger, Prevert, solo per citarne alcuni, per primo ha accolto i surrealisti sotto l'egida di Andrè Breton.
Dalle rive della Senna a quelle dell'oceano. Al Cafè «A Brasileira» a Lisbona, invece, è ancora possibile gustare il caffè con Fernando Pessoa. In questo locale, infatti, una statua bronzea del poeta siede al tavolino che l'autore delle «Odi di Ricardo Reis» occupava quotidianamente, in contemplazione del passeggio che si consuma, ancora oggi, sulle strade maiolicate del centro elegante di Lisbona. In tempi più recenti Joanne Kathleen Rowling ha scritto un bel pezzo del primo romanzo della saga del maghetto Harry Potter a Edimburgo, nella caffetteria «The Elephant House», dove ora un grande cartello annuncia orgoglioso al passante casuale il suo ruolo di «Casa natale di Harry Potter». Alla fine del 19° secolo, a Oslo, invece, il famoso drammaturgo Henrik Ibsen divenne un'attrazione turistica: ogni giorno, tra le 13,20 e le 14, e tra le 18 e le 19,30, poteva essere trovato presso il Cafè del Grand Hotel di Oslo. Per ben nove anni riposò e scrisse, seduto in una poltrona su cui c'era un cartellino: «Riservato Dr. Ibsen».
Anche l'Italia è ricca di belle sale da thè e da caffè che hanno dato riparo a grandi artisti e intellettuali: allo storico Caffè dei Fratelli Fiorio di Torino, Friedrich Wilhelm Nietzsche scrisse «Ecce homo». Aperto nel 1780, il Caffè fu punto di incontro di artisti, aristocratici e uomini politici tra i quali Urbano Rattazzi, Massimo D'Azeglio, Giovanni Prati, Camillo Benso Conte di Cavour, Giacinto Provana di Collegno, Cesare Balbo. Era definito il «caffè dei Machiavelli e dei Codini» perchè frequentato nell'Ottocento da aristocratici ed alti ufficiali. Il luogo aveva assunto una reale rilevanza politica, al punto che il Re Carlo Alberto di Savoia era abituato a chiedere che cosa si dicesse al Caffè Fioro. Ma il più famoso Caffè letterario è forse il Caffè Greco di via Condotti a Roma, poco lontano da piazza di Spagna. Il Caffè Greco è anche il più antico della Capitale: nasce ufficialmente nel 1760, quando in un documento appare il nome del suo proprietario «Nicola di Maddalena caffettiere, levantino», e questo spiega perchè si chiama Greco. Ma forse già esisteva da alcuni anni: sarebbe infatti il «Caffè di strada Condotta» citato nel 1743 da Giacomo Casanova. Nato grazie a un levantino il Caffè Greco diventa famoso grazie agli intellettuali tedeschi che cominciano a frequentarlo nel 1779: Wolfgang Goethe e i suoi amici Johann Wilhelm Tischbein, Karl Philipp Moritz e Jakob Wilhelm Heinse stanno sempre lì, al punto che Heinse propone di chiamarlo «Caffè Tedesco». Agli inizi dell'Ottocento è facile incontrarvi il principe Ludwig di Baviera e il gruppo di pittori da lui protetti, i Nazareni. Col passare del tempo, la clientela diventa sempre più internazionale e sempre più variegata: qui si incontrano i personaggi più creativi e brillanti d'Europa. A dominare la scena Napoletana è poi il Gran caffè «Gambrinus», locale storico di Napoli che affaccia sulla celebre piazza del Plebiscito, nato nel 1860. Arredato in stile Liberty, oltre a offrirgli rifugio il Caffè ha offertto anche i suoi muri agli artisti, conserva al suo interno stucchi, statue e quadri della fine dell'800 di notevole importanza, compreso Marinetti.
Negli anni 1889-1890 per affrescare il locale vennero chiamati i migliori impressionisti napoletani. Dalla bella epoque in poi passarono nelle sale dorate del «Gambrinus» personaggi illustri d'ogni tempo e paese, diventati poi clienti affezionati: Gabriele D'Annunzio, che ai tavolini del caffè scrisse la poesia «La Vucchella» musicata poi da Tosti, Benedetto Croce, Matilde Serao, Eduardo Scarpetta, Totò e i De Filippo, Ernest Hemingway, Oscar Wilde, Jean Paul Sartre, fra gli altri. Negli ultimi anni il Caffè è stato frequentemente visitato dai presidenti della Repubblica Italiana. Ma questa è tutta un'altra storia...