Finisce al Tar il restyling nella strada della dolce vita

Mentre Veltroni taglia il nastro, l’associazione degli esercenti denuncia presunte irregolarità Ma per l’Ufficio città storica è tutto a posto

Claudia Passa

Mentre Veltroni sorride alle «luci» dei fotografi nella via Veneto messa a nuovo, a occuparsi delle presunte «ombre» nel restyling della strada è il Tar del Lazio, sollecitato da un ricorso dell’associazione «Rinascita per via Veneto». Il quale contesta i provvedimenti relativi ai lavori «con cui il Comune di Roma - si legge - sotto fittizia mostra di riqualificare questo salotto della città ha in realtà inteso sprecare inutilmente risorse pubbliche, approvando con sospetta accelerazione (...) un faraonico quanto inutile progetto». L’associazione chiede dunque l’annullamento degli atti ipotizzando presunte irregolarità di cui s’occuperà la Commissione Trasparenza in I municipio, e forse in Comune: «Abbiamo ricevuto l’esposto - spiega Federico Mollicone (An) -. Sarà nostro dovere istituzionale ascoltare i soggetti interessati e approfondire la vicenda».
L’architetto Gennaro Farina, direttore dell’Ufficio Città Storica, dice al Giornale: «L’avvocatura comunale si è opposta al ricorso e mi risulta che il Tar non ha concesso la sospensiva chiesta dall’associazione. Una delle maggiori contestazioni è la scelta operata per i lavori, ma essi sono stati ritenuti di grande qualità da abitanti ed esercenti. Attendiamo il pronunciamento nel merito, ma ritengo che le procedure siano state perfettamente legittime». Non la pensa così l’associazione che, nel rivolgersi al Tar, parte da due presunte sostituzioni del Responsabile unico del procedimento, un tecnico - si legge - «che deve essere unico per tutte le fasi di progettazione, affidamento ed esecuzione dell’opera pubblica». Secondo il ricorso, poi, a fronte della delibera d’approvazione del progetto definitivo, pubblicata lo scorso 20 marzo ed esecutiva dal 30, la determinazione dirigenziale per indire la gara d’appalto integrato datata 24 marzo sarebbe «palesemente illegittima in quanto emanata in pretesa applicazione di un provvedimento (...) che non era ancora esecutivo». Non solo: sostiene l’associazione che la procedura di «appalto integrato» possa aver luogo «in quattro ipotesi tassative», ovvero per un importo inferiore a 200mila euro, una «componente impiantistica o tecnologica» che incida per più del 60% del valore dell’opera, per lavori di «manutenzione, restauro e scavi archeologici», o per un importo pari o superiore a 10 milioni di euro. «Nessuna delle ipotesi tassative ricorre nel caso di specie - si legge -, eppure il Comune ha stabilito di procedere all’appalto integrato». E ancora. «Non si comprende perché si sia scelto di bandire un appalto integrato (dove l’impresa aggiudicataria provvede alla redazione del progetto esecutivo) quando per la riqualificazione di via Veneto il progetto esecutivo era già stato redatto o comunque erano state spese tutte le risorse economiche a ciò necessarie». Vale a dire i 258.228 euro impegnati nel 2003 come «spese tecniche» per la progettazione, nel ricorso identificati con i 258.228 euro impegnati nel 2005 per affidare a «Risorse per Roma» un «incarico di supporto tecnico alla redazione della progettazione esecutiva» (per parte della quale nel 2003 già sarebbero stati pagati a un ingegnere 46.800,80 euro). Sostengono i ricorrenti che in una determinazione di pagamento a favore di «RpR» l’aggettivo «esecutiva» sia scomparso. E che in fase di appalto integrato, nel 2006, per il «costo della progettazione esecutiva e del progetto della sicurezza» siano stati calcolati 90.532,12 euro. Scelta che «non si comprende, quando appena un anno prima risulta conferito incarico a RpR per il supporto alla progettazione esecutiva (elaborata dall’Ufficio Città Storica) costato, tra l’altro, ben 258.228 euro». E «non si comprende - si legge - come se un progetto esecutivo per la riqualificazione di via Veneto costa 90.532,12 euro, un supporto tecnico alla stessa progettazione esecutiva deve costare quasi il triplo, cioè 258.228 euro, e perché, alla fine, il progetto di questi lavori di facciata (e di propaganda) inutili e dannosi dovrà costare ai cittadini romani 258.228 più 90.532,12 euro, uguale 348.760,12 euro, che sembra francamente troppo per semplici opere di pavimentazione e sistemazione dei marciapiedi».