«Il fiore della notte» profuma di morte

Luca Crovi

Quando nel 1984 Herbert Lieberman pubblicò Nightbloom era reduce dal buon successo di City of the Dead che nel 1977 gli aveva fatto vincere in Francia il prestigiosissimo Grand Prix de littérature policière. Purtroppo la visibilità del suo thriller venne oscurata negli Stati Uniti dal grande successo di Thomas Harris con il rivoluzionario Red Dragon che vedeva per la prima volta in scena il personaggio di Hannibal Lecter. Eppure Nightbloom aveva tutte le carte in regola. In Italia venne edito nel 1986 da Sperling & Kupfer con il titolo di Fiore della notte, nella traduzione di Tullio Dobner, il quale in quello stesso anno curò anche le versioni di Casino di Elmore Leonard, di Il talismano di Stephen King e Peter Straub e di Il miracolo di Irvin Wallace.

La nuova edizione targata Minimum Fax di Il fiore della notte ripropone la spumeggiante traduzione di Dobner (abituato a dettare ad alta voce in presa diretta le sue versioni) e ci propone una trama singolare. Frank Mooney è un detective newyorkese grasso e fallito. È troppo grasso perché non può fare a meno di ingozzarsi, soprattutto di birra e di fritti, ed è fallito perché scontento e asociale. Parla malvolentieri con i vicini di casa e non dà confidenza ai suoi colleghi poliziotti. Ama frequentare le prostitute del Westside ed è stato punito e retrocesso per «abuso di autorità» e «comportamento non consono a un ufficiale di polizia». A cinquantanove anni non ha però alcuna intenzione di andare in pensione e anche i suoi capi lo temono, perché è uno dei pochi che sa dove sono «sepolti gli scheletri del dipartimento ed era pronto a dissotterrarli se la situazione lo richiedeva».

Mooney è l'unico a capire che c'è un assassino seriale dietro la morte di cinque persone nell'arco di cinque anni, tutte colpite da mattoni, tegole, colonne e altri oggetti caduti non accidentalmente dai tetti. Un criminale che colpisce puntualmente in aprile e maggio nella zona dei teatri, fra la Quarantasettesima e la Cinquantunesima Ovest. Per individuare l'omicida, Frank Mooney si servirà dell'aiuto di un testimone involontario, il bugiardo patologico e drogato Charley Watford, per caso ricoverato nello stesso ospedale in cui si è fatto curare l'assassino dopo essersi ferito a una gamba mentre cercava di lanciare da un tetto l'annuale blocchetto di cemento mortale.