Fioretto, sciabola e spada Le lame infilzano la storia

Le origini ufficiali dell’assalto all’arma bianca risalgono al quinto secolo dopo Cristo, ma è dal Settecento che le sfide vengono ammantate dal mito

«Êtes-vous prêtes monsieurs? Allez!». Poche parole pronunciate dal presidente di giuria in lingua francese e sulla pedana inizia la danza. La nobile arte della scherma va in scena. Affondi, parate e risposte, coupé e contrattacchi. Il tintinnio degli incroci di lame come musica di sottofondo e, stoccata dopo stoccata, gli emuli di D'Artagnan si affrontano sulle orme di Cyrano, Zorro e Scaramouche. La destrezza è la stessa che da sempre contraddistingue la disciplina olimpica nata dalle gesta degli antichi gentiluomini votati all'arma bianca. Uno sport che vide i suoi albori nel V secolo dopo Cristo quando Goti, Longobardi e Franchi, diffusero in Europa l'uso del duello per dirimere controverse questioni d'onore. «Il primo trattato di scherma pubblicato in Italia risale al 1410 - ci spiega il grande Edoardo Mangiarotti - quando il maestro friulano Fiori dei Liberi del Premariacco scrisse in versi Flos Duellatorum», continua, orgoglioso di ricordare che, «qualche secolo dopo, furono proprio i nostri Maestri a portare nelle Salles d'Europe la loro valentia per insegnare l'uso della striscia, una particolare spada di origine spagnola con la lama affusolata». Arcaiche testimonianze evidenziano antichissime tracce di quest'arte settemila anni prima della nascita di Cristo, documentate dal ritrovamento in Cina di spade di provenienza misteriosa ma «sarà il fechtbuch, conosciuto come manoscritto I-33, la prima prova reale, risalente all'inizio del 1300, ad evidenziare le tecniche schermistiche». Lo racconta Richard Cohen ne L'arte della spada, testo che aiuta a scoprire le gesta dei gladiatori dell'antica Roma e dei cavalieri medievali, dei duellanti del Settecento e dell'Ottocento fino ai samurai e alla trasformazione dei duelli da confronti d'onore a sfide sportive. «Durante il regno di Luigi XIII in Francia si respirava un'attenzione romantica rivolta all'epoca della cavalleria - spiega Cohen - e durante quei trentatré anni di sovranità nel Paese si affermò una vera e propria passione per il duello. A qualsiasi ora del giorno e della notte, per le strade e nei parchi più isolati, si poteva assistere a qualche combattimento. Teatro degli scontri era molto spesso il parco di Bois de Boulogne a Parigi».
Tante le sfide che hanno infiammato e insanguinato pagine e pagine di storia di armi e contendenti. «Dalla metà del XIX secolo le regole del duello erano definite da un codice d'onore e si invitava al confronto l'avversario lanciandogli il guanto in segno di sfida», ci racconta lo sciabolatore per eccellenza Michele Maffei. «Allora si riteneva che un chirurgo fosse perfetto per curare le ferite della carne mentre quelle dell'onore poteva sanarle soltanto l'acciaio delle spade». Memorabile, nel 1924, la sfida tra il mitico spadaccino livornese Aldo Nadi e il giornalista sportivo del Corriere della Sera Adolfo Cotronei. Luogo del duello la zona vicino al recinto per i cavalli da corsa dell'ippodromo di San Siro a Milano. Presenti i due padrini muniti di fazzoletto bianco al polso, una piccola folla di spettatori e i medici chirurghi intervenuti per sterilizzare le punte delle lame pronti alle più infauste evenienze. Causa del duello, come sempre, futili motivi: una contestazione al verdetto del giudice riguardo all'incontro svoltosi all'hotel Augusteo di Roma tra il fiorettista francese Lucien Gaudin e Candido Sassone. Una passione, una febbre che allora contagiava un po' tutti. D'altra parte Mark Twain affermava che «avrebbe preferito essere l'eroe di un duello piuttosto che sedere su un trono come monarca con tanto di corona e scettro» e mentre per lo scrittore tedesco Schlegel «la cavalleria incarnava la poesia della vita», nell'Ottocento Andreas Dumas si allenava prendendo lezioni di scherma tre volte alla settimana con il celebre fiorettista Albert Grisier. Un ideale di vita che già re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda avevano contribuito ad esaltare alla continua ricerca della stoccata perfetta. Un «miraggio impossibile» secondo Michele Maffei che ci spiega come «anche l'attacco più congeniale di un abile schermitore» possa essere contrastato da un'azione di difesa.
«La suggestione della simulazione e l'inganno studiato ad arte - continua Maffei - servono a perfezionare ogni movimento e il vantaggio psicologico mette in difficoltà l'avversario facendolo sentire in uno stato di sudditanza come succedeva ai rivali di Cyrano di Bergerac condizionati, prima degli attacchi mortali, sempre dalla stessa frase -... e al fin della licenza io tocco!». Mentre racconta ricorda il timore che all'inizio dell'attività agonistica nutriva nei confronti di avversari come Pawlowski, Nazlymov e Sidiak. Campioni di tecnica, strategie e di stile. Quella classe che ha sempre trionfato sul grande schermo grazie al leggendario Enzo Musumeci Greco, il più grande Maestro d'Armi della storia del cinema. «La scherma nelle grandi produzioni la inventò mio padre», ci racconta Giuliano Musumeci Greco, figlio maggiore di Enzo, quinta generazione della storica famiglia di schermitori. «Era una scherma diversa da quella agonistica. Movimenti meno veloci, meno stretti. Esasperati nella loro ampiezza. I registi, in occasione dei grandi combattimenti da allestire, si facevano da parte e mio padre impostava copione, scenografia e costumi. Ricostruzioni storiche perfette. Grazie a me e ad altri atleti presenti sul set come controfigure sembrava che tutti gli attori fossero grandi campioni! Eccezionale la ricostruzione dei duelli del Cid Campeador, l'eroe spagnolo che combatteva con la famosa Tizona, il pesante spadone lungo un metro e venti. Charlton Heston, protagonista del film, si allenò con mio padre per tre mesi nelle palestre dello stadio Santiago Bernabeu di Madrid».
Dai duelli del Medioevo ai combattimenti degli antichi romani il passo è breve. Cambio d'epoca e di scena. «Nel film Cleopatra papà trovò la chiave di volta per creare, con l'aiuto degli stuntmen, la testuggine, la tipica formazione di fanteria dell'esercito romano - continua Musumeci Greco-. In pochi secondi i legionari si chiudevano a quadrato sul set. Scudi da una parte, lance sguainate dall'altra mentre io, allora adolescente, mi divertivo e rimanevo incantato!». Come quando al teatro dell'Opera di Roma si montavano «I Lombardi alla prima Crociata» o «Macbeth» e il giovane Musumeci Greco, chiamato a rapporto dal padre, entrava in scena per esibirsi in spettacolari sfide. Tra i duelli cinematografici più affascinanti quello tra l'inglese Tamara Lees e Gina Lollobrigida nel film «La donna più bella del mondo» e la sfida tra Giannini e Marc Porel ne «L'Innocente» di Visconti: un'infilata di sessanta, settanta movimenti consecutivi montati senza tagli. Un'infinita serie di film, sceneggiati, opere liriche. Da «Il deserto dei Tartari» a «Ben Hur», da «La freccia nera» a «Romeo e Giulietta». Successi indimenticabili che oggi rivivono anche nelle fotografie esposte all'interno dell'antica Accademia d'Armi Aurelio Greco, al primo piano del quattrocentesco palazzo a pochi passi da piazza del Pantheon a Roma. Un'arte, una passione che, come conclude Giuliano Musumeci Greco, continuerà sempre ad emanare «quella romantica magia comune a tutto ciò che fa parte della leggenda».