Fischiato «I giorni dell’abbandono» Faenza: siete cecchini anti italiani

Polemiche sul film tratto dal romanzo della Ferrante. Il regista: «Di quel libro non ricordo nulla»

Stenio Solinas

nostro inviato a Venezia

Di film tratti da romanzi è piena la storia del cinema. Ce ne sono di falliti e di riusciti, di fedeli all'originale e di completamente reinventati. Ha le sue ragioni Roberto Faenza, il regista di I giorni dell'abbandono, a dire che si tratta di due strumenti diversi, «la scrittura evoca, la regia mostra», e che, per quanto lo riguarda, «dell'omonimo libro di Elena Ferrante non mi ricordo più nulla». Non ha torto nemmeno nel sostenere che «gli scrittori sono gli unici “soggettisti” rimasti, perché non ci sono più soggettisti di cinema come una volta». Resta però l'impressione che sarebbe stato meglio, in corso d'opera, ricordarsi qualcosa di più del romanzo in questione o, vista l'equiparazione narratore-soggettista, tenersi la «sceneggiatura» originale invece di farne un'altra...
In una conferenza stampa fra l'imbarazzato e l'imbarazzante, poche domande, un po' di tensione, scarso interesse, Faenza ha equiparato i dissensi durante la visione per la stampa del film, qualche fischio, qualche risata, all'opera di «tiratori scelti anti-italiani», un'interpretazione più patriottica che critica. Poco convincente è apparsa inoltre la teoria, mutuata dal ricordo dell'esperienza fatta proiettando nelle medie e nei licei un altro suo film, Jona che visse nella balena, di «una gioventù che non conosce i sentimenti» e che quindi maschera nel riso l'incapacità a comprendere la sofferenza. L'idea che fra i giornalisti accreditati ci siano dei liceali fa sorridere: in realtà c'è tutt'altro, giovani vecchi e vecchi giovani, cinici e sentimentali, tromboni e persone normali. C'è persino chi sa scrivere.
Il problema è che I giorni dell'abbandono non è un brutto film, è un film sbagliato. Il che per certi versi è peggio. Il romanzo della Ferrante, un nom de plume dietro il quale non si sa chi si nasconda, se un uomo o una donna, né che età abbia, aveva il suo punto di forza nella progressione maniacale con cui veniva registrato il viaggio all'inferno di una moglie tradita che si ritrova sola, non se ne capacita, perde la sua ragion d'essere, dimentica la propria rispettabilità, vede riaffiorare i complessi che pensava d'aver seppellito dietro la sicurezza di un rapporto consolidato, regredisce a uno stadio ferino, bestia impaurita e ferita eppure bestia feroce. Il tutto raccontato con un linguaggio esplicito, crudo, violento, sgradevole, se si vuole, per il lettore, eppure l'unico linguaggio adatto a spiegare come e perché una mente vada in pezzi. Sarà anche vero che «la letteratura evoca» come Faenza ama credere, e tuttavia c'è spesso in essa una capacità visionaria capace di trasformare le parole in immagini, di materializzare sulla pagina la casa che ti diventa nemica e nella quale si annidano corpi estranei, il tuo stesso fisico che non risponde più ai comandi, la volgarità dei gesti e degli amplessi.
Svuotato di tutto ciò, il romanzo non esiste, se non nella banalità di un abbandono, una separazione, un amore che finisce, quella banalità a cui noi prestiamo un orecchio dapprima partecipe e poi sempre più distratto quando riguarda qualcuno o qualcuna di cui conosciamo la storia, che fa parte della nostra cerchia di amicizie o di relazioni, ma che non pagheremmo per leggerla sulla pagina scritta o per vederla proiettata sullo schermo di un cinema cittadino.
Nel film, purtroppo, succede proprio questo, rimane lo scheletro, una Margherita Buy che dice un po' di parolacce, un po' di disordine casalingo, qualche spintone e qualche strattone e un romanticismo nell'uscita dall'inferno dell'abbandono che risulta insopportabile proprio perché quell'inferno in realtà, non l'ha visto nessuno. Tranne, forse, il regista.