Focaccia blues: la storia del panettiere che ha sconfitto il McDonald’s

Aperto il set della "favola di Altamura" che uscirà a gennaio. Nel cast Arbore, Banfi e Placido

Altamura - «Good! Focaccia good!». Non sanno nemmeno che cosa sia focaccia, credono una specie di torta di compleanno con i tomatoes, eppure è davvero good e se lo dicono tra un boccone e l’altro i clienti del McDonald’s ai piedi dell’Empire State Building, cuore di New York...

È una scena di Focaccia blues, film che racconta «la vera storia della focaccia che mangiò l’hamburger». I fatti si svolsero ad Altamura, capitale del pane, qualche anno fa, dopo l’apertura di un McDonald’s nel centro della città. Grande locale, insegna con una gigantesca «M», inaugurazione in pompa magna e comprensibile curiosità iniziale con assembramenti di adolescenti in fila per un hamburger.

Ma l’infatuazione durò poco. Pian piano, i ragazzi cominciarono a stufarsi del panino molliccio con la carne pressata. Anche perché venti metri più in là un giovane altamurano, Luca Digesù, aveva aperto il suo panificio tradizionale: locale piccolo, insegna minimalista, nessun tavolo ma solo banconi con pane e focacce impastati e infornati nel retrobottega. Arrivata l’estate, nel McDonald’s rimanevano solo gli anziani del paese che alla modica cifra del prezzo di un gelato potevano godere per tutto il giorno del refrigerio dell’aria condizionata. I ragazzi, tutti ad addentare la focaccia al pomodoro di Digesù. In breve, il fast food fu costretto alla ritirata, il locale chiuso e la grande «M» ammainata.

Fin qui la cronaca, finita con qualche particolare romanzesco sui giornali di tutto il mondo (dal New York Times a Liberation) e in televisione grazie a Onofrio Pepe, animatore dell’Associazione amici del fungo cardoncello e cultore della gastronomia pugliese. Un giorno, al Salone del gusto di Torino, Pepe e Digesù incontrano Alessandro Contessa, giovane produttore di origini pugliesi. Il quale, ascoltata la storia, li fulmina: «Ragazzi, guardate che qui si può fare un film».

E come no? Il Davide della focaccia altamurana che soppianta il Golia della ristorazione globalizzata. La trama è bella e scritta. Ma Contessa non si accontenta: «Non voglio un documentario né un film ideologico». Scelti il regista Nico Cirasola e la sceneggiatrice Alessia Lepore (altri due pugliesi) il film prende forma tra realtà e finzione. La vicenda accaduta ad Altamura e raccontata da protagonisti e testimoni fa da sfondo a un’altra storia, questa sì pura fiction. Una storia d’amore che coinvolge tre personaggi. Dante, fruttivendolo altamurano, è storicamente (e invano) innamorato di Rosa, una sua cliente che però resta affascinata dall’arrivo in città del rampante manager Manuel.

Dante è genuino come la focaccia di Digesù, Manuel appariscente come il McDonald’s... e il triangolo sentimentale si trasforma in metafora del gusto. Per il cibo come per le persone. Del resto il fruttivendolo può vantare tra i suoi clienti Renzo Arbore, Lino Banfi e Michele Placido. Tutti disponibili a un cameo: le scene saranno girate nei prossimi giorni, il film uscirà a gennaio. Regista e produttore stanno provando a coinvolgere altri pugliesi celebri per farli diventare clienti del fruttivendolo Dante.

E mentre la bella Rosa è combattuta tra i due spasimanti, la battaglia tra focaccia e hamburger prosegue. Respinto l’assalto ad Altamura, resta da tentare il contrattacco in terra americana. Così il regista Cirasola e gli Amici del fungo cardoncello volano a New York «armati» di una decina di focacce. E nel McDonald’s ai piedi dell’Empire State Building fingono di dover festeggiare un compleanno, per giustificare le riprese. Una volta dentro, estraggono le focacce: «Sono le nostre torte di compleanno», spiegano ai commessi perplessi. Poi iniziano a tagliarle e a offrirle agli increduli clienti. «Good! Focaccia good!».

Anche i commessi si fanno coinvolgere, assaggiano e gradiscono. E mentre gli americani scoprono la bontà di quelle torte di compleanno con i tomatoes, i pugliesi si convincono che anche la focaccia può essere blues. Non solo in un film.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it