LA FOLLA Il vero leader del Novecento

Una delle grandi rivoluzioni del XX secolo fu l’irrompere delle masse sulla scena politica e sociale

da Stanford (California)
Il Novecento ha avuto molte definizioni: quasi tutte negative. Storici come Karl Dietrich Bracher hanno parlato di secolo delle ideologie; Ernst Nolte vi ha visto il titanico scontro fra Oriente e Occidente; Tzvetan Todorov lo ha definito il tragico secolo dei totalitarismi. Tutti sono stati colpiti dall’infuriare dei conflitti mondiali, dai genocidi, dalle armi di distruzione di massa.
Ma agli inizi del secolo i contemporanei non avevano dubbi: ciò che distingueva la nuova era dai periodi precedenti era l’incontenibile irrompere sulla scena politica, sociale ed economica delle masse: era l’età della folla. Operai, contadini, artigiani e nullatenenti di colpo avevano acquisito un effettivo potere nella vita delle nazioni; il suffragio universale aveva dato un significato diverso, molto più concreto, al vecchio concetto di sovranità popolare. La massa era divenuta un elemento irrinunciabile nella vita pubblica e ad essa dovevano fare riferimento tutti i partiti, i sindacati, le associazioni civili. Ed era anche divenuta molto più «visibile», sia che si trattasse di folla rivoluzionaria in tumulto, di un’ordinata parata militare o di una marcia di protesta cittadina. Questo nuovo attore collettivo rubava la scena a re, aristocratici, condottieri e governanti, che osservavano con un misto di stupore e preoccupazione.
Come è stato registrato questo straordinario mutamento nel linguaggio politico? Un’originale fonte che documenta il nuovo ruolo della folla nel Ventesimo secolo è costituita dai poster di propaganda, che grazie alla loro immediatezza e incisività ci consegnano un ritratto singolare del Novecento. Ora una mostra che aprirà domani negli Stati Uniti, prima al Cantor Arts Center della Stanford University e poi alla Wolfsonian-Florida International University, esamina il ruolo della folla nella vita politica e sociale da questo punto di vista.
Il curatore Jeffrey T. Schnapp, docente di Letterature comparate alla Stanford University, è uno studioso sensibile e attento della storia culturale italiana ed europea. Egli ha organizzato la mostra intorno a vari nodi tematici, legati da un filo rosso: come si è riusciti a rendere efficacemente in immagini il concetto astratto del nuovo ruolo della folla? Con quali strumenti si è suggerita l’idea della folla come unico corpo collettivo? Scopriamo così che questi temi occupano l’immaginario politico non solo di fascismo, nazismo e stalinismo, ma anche dell’America di Woodrow Wilson, della Cina di Mao, dell’Iran di Khomeini, dei polacchi di Solidarnosc e dei movimenti politici più disparati sorti dall’Europa al Sudamerica.
Una delle rappresentazioni usate più frequentemente è quella della folla in marcia. Qui si fronteggiano due modelli: da una parte vi è l’immagine di una massa composta, ordinata, schierata geometricamente, che rimanda subito a un’immagine militare. Operai, soldati o semplici militanti sembrano rappresentare con la forza della loro compostezza il sostegno all’idea o al Paese di turno. Dall’altra, troviamo immagini della folla disordinata, che marcia o si assiepa nelle piazze liberamente: in questo caso si vuole suggerire l’idea di un’adesione spontanea e volontaria dei civili alla causa (schema tipico delle democrazie).
Un altro metodo è quello di contornare i simboli politici, come bandiere e insegne, con immagini di folle plaudenti; chi osserva questi poster, può riconoscersi nella gente comune che vi è rappresentata, quasi in un gioco di specchi. Così vediamo masse popolari che incitano a una maggiore produzione industriale in Unione Sovietica, pubblicizzano giornali e radio di partito nazisti, sollecitano l’arruolamento nell’esercito americano o l’adesione alle campagne propagandistiche fasciste.
Folle vive, dunque, ma anche folle morte. Una sezione della mostra è dedicata al lato oscuro che fa da contrappeso all’immagine positiva ed eroica delle masse in marcia: la rappresentazione di stermini e genocidi. Kill counts: anche la conta dei morti è parte del linguaggio politico. Le immagini minacciano terribili conseguenze (come le file interminabili di croci al cimitero, in un poster contro la guerra in Vietnam) o spaventano con dure accuse al nemico impietoso. E sorprende osservare come il linguaggio sia molto simile, in tempi e luoghi diversi. Il bolscevico che siede fra i morti con un pugnale insanguinato in mano (1920) richiama il tedesco della prima guerra mondiale, in cima a un cumulo di teschi con una sciabola sporca di sangue (1917); e a un codice simile rimanda l’impronta sanguinante della mano, al cui interno si scorgono figure umane, che blocca simbolicamente le armi dei nemici dell’Iran negli anni Ottanta.
Ma dove il linguaggio dei poster diventa più innovativo, è nella rappresentazione del leader. Nell’antichità il sovrano derivava la sua autorità dall’alto; egli era del tutto superiore alle folle, diverso, estraneo ad esse. I ritratti dei potenti ci mostrano figure contornate dai simboli del potere (troni, scettri), spesso in rapporto con le potenze superiori da cui derivavano il loro potere assoluto. Le folle sono assenti. Nel Novecento le cose cambiano: il potere del leader viene dal popolo, sia nelle democrazie sia nei moderni totalitarismi. Non solo. Il leader che rappresenta il potere popolare, ed è quindi una figura per tanti versi eccezionale, è allo stesso tempo un uomo della folla, un uomo uguale a tutti gli altri, non un predestinato per diritto divino. Come rappresentare tutto ciò?
Ecco allora emergere un volto ingrandito dalla folla (Roosevelt, Marx, l’africano Mondiane) oppure stagliarsi una figura in prima piano (Hitler) o ancora sventolare un vessillo con il ritratto di Lenin o Gandhi. Il volto dà significato alla folla, la unifica in un singolo corpo politico; il leader sovrasta la folla, ma ne è parte integrante. Le immagini più efficaci mostrano un volto gigantesco letteralmente composto da migliaia di piccole figure. È l’apoteosi: il leader è divenuto il volto collettivo della folla. Troviamo all’opera questo processo di identificazione simbolica in un ritratto di Mussolini del 1934. Il busto del Duce è composto dall’immagine in miniatura di una gran folla adunata ed è sormontato da una fotografia del volto che guarda verso il basso, verso la folla. Mussolini appare come l’incarnazione della massa, ma al tempo stesso la trascende. Ugualmente di effetto il «Ritratto vivente» di Woodrow Wilson (1918). Il fotografo Arthur S. Mole adunò migliaia di soldati in posa per creare un’immagine di profilo del presidente americano, a simboleggiare l’unità del popolo americano dietro il suo leader nel momento difficile della guerra. Democrazie ed autoritarismi dunque convergono nel trasmettere lo stesso messaggio: il moderno leader politico non è superiore o fuori dalla folla. Il leader è la folla.