Follett: "Stregato da una suora"

Roma - Ken Follett sprizza soddisfazione e benessere da ogni poro. In una sala dell’Hotel Hassler di Roma, in cima a Trinità dei Monti, è circondato da copie del suo ultimo libro, Mondo senza fine, 1367 pagine di intrighi medievali senza l’esoterismo alla Dan Brown ma con sentimenti, azione e atmosfera, e pregusta l’ennesimo trionfo da best seller, stavolta con un anticipo di polemiche. Su Avvenire, il medievalista Franco Cardini lo accusa di anti-clericalismo, incompetenza, di Medioevo alla Walt Disney, ammettendo però di non aver letto il testo, da oggi in libreria, ma solo l’intervista dello stesso Follett a Panorama. L’ironia britannica contro la ruvidezza toscana. Lo scrittore ripaga il professore con la stessa moneta.

«Non ho ancora letto le osservazioni del professor Cardini in inglese, ho chiesto una traduzione. Quindi ne parlo, come lui, per sentito dire. Il mio libro non è contro la Chiesa, ma contro la tirannia intellettuale e l’autoritarismo. La ricostruzione della medicina nel Trecento è accurata, di questo sono sicuro: ho svolto una ricerca imponente, ho letto ogni libro uscito in inglese, mi sono consultato con tre medievalisti uno dei quali, Sam Cohon, anche se è americano e lavora in un’università scozzese, sa molto di più sulla peste in Italia di chiunque altro al mondo. Ci siamo incontrati e abbiamo discusso le modifiche alla prima stesura. Altri possono avere legittimamente opinioni diverse, perché la storia medioevale non è la chimica. Quanti furono i morti di peste in Europa? Nessuno lo sa. Come romanziere mi devo basare sull’opinione prevalente: fra un terzo e metà della popolazione. Se altri la pensano diversamente, lo argomentino».

Cardini contesta la sua visione della Chiesa e dei chierici come tutti dediti al vizio.
«C’è un conflitto nel mio libro tra i medici tradizionalisti allevati nelle università, tutti sacerdoti perché dovevi essere sacerdote per andare all’università e dovevi andare all’università per diventare medico, e i più giovani, nuovi e radicali. L’eroe della mia storia è una suora...».

Una donna che si fa suora per sfuggire al processo per stregoneria...
«Una persona eccezionale. C’è anche un giovane monaco, fresco di università, che dice che molti medici sono d’accordo con questa suora su un approccio nuovo alla medicina, poi viene trasferito in un altro monastero ma comunque il conflitto è fra tradizionalisti e progressisti dentro la Chiesa. Nel Medioevo non c’erano altri fori per discutere di questioni intellettuali e scientifiche...».

C’è ancora questo conflitto?
«Nella Chiesa anglicana sì. L’arcivescovo di Canterbury crede nella tolleranza verso i gay, mentre molti vescovi sono convinti che l’omosessualità sia un peccato e che Dio la proibisce».

C’è analogia tra il Medioevo e oggi?
«La peste è stata una delle peggiori crisi nella storia dell’umanità. Non vedo nulla di analogo oggi. Certo, siamo tutti impauriti dal terrorismo islamico, ma cinquant’anni fa i miei genitori temevano i comunisti e un secolo fa i miei nonni gli anarchici. C’è sempre qualcosa di cui aver paura. Il Medioevo mi intrigava per la bellezza delle cattedrali e la società che le ha prodotte, e perché la gente era come noi, aveva gli stessi vizi e virtù, ma le condizioni fisiche erano diverse. Un re medievale avrebbe invidiato un detenuto di oggi che veste e mangia meglio, sta al caldo e all’asciutto».

Il suo è un libro epico, ambientato nella miseria assoluta. Cosa può attrarre i lettori di oggi?
«Nella nostra mente c’è sempre la possibilità della catastrofe. È interessante leggere la storia di persone ordinarie che affrontano difficoltà straordinarie. Ecco perché le guerre sono spesso un tema splendido per un romanziere. Il lettore si chiede: io sarei coraggioso o codardo? La differenza con gli altri miei libri è che questo ha 415mila parole, rispetto a 100-110mila: devi inventare molto più materiale sui personaggi, ma alla fine il lettore sentirà di aver veramente vissuto con loro. Sentirà di conoscere la città, il priorato, ci potrà quasi camminare. Un libro lungo se non è ben fatto è terribile, dici “oddio devo ancora leggere 500 pagine, non ce la farò”, ma se è buono il lettore ci si innamorerà».

È per questo che scrive? O per fare soldi?
«Ho scritto il primo libro per aggiustare la macchina. Ma se non ci avessi provato gusto, sarei potuto andare in pensione vent’anni fa e avrei vissuto bene comunque. Mi sveglio al mattino e quel che voglio è continuare a scrivere, divertirmi a creare la storia, la suspense, trovare le parole giuste. E ancora mi piace guadagnare e spendere molto».

A differenza di quei chierici che pur essendo tradizionalisti, dedicano la vita ai poveri...
«Ha ragione. È perfettamente possibile dedicare la propria vita ad aiutare i poveri e al tempo stesso perseguitare gli omosessuali».
Il conflitto fra tradizione e progresso è anche dentro di lei?
«Appartiene alla storia, non l’ho inventato io, però è sul versante progressista che investo la mia passione. M’impegno perché la gente ordinaria possa fare una vita migliore. Come mia moglie Barbara, ministro per le Pari opportunità con Gordon Brown, che sta preparando un testo unico sull’eguaglianza. Io suo consulente? Ogni marito lo è. Mia moglie mi ascolta con piacere, ma è stata in Parlamento per 10 anni, ne sa molto più di me e non mi azzarderei a dirle cosa fare».

In Italia c’è una corrente di protesta diffusa contro l’establishment...
«In Inghilterra no. I giovani marciano per il Darfur, contro la guerra in Irak... Con Gordon Brown le cose sono cambiate: non è telegenico. Blair era una star del cinema, la gente aveva cominciato a insospettirsi. Gordon è se stesso, un nonno spettinato, piace perché senti che è quello che sembra».