Le Fondazioni bancarie utili per la ricerca

Giorgio Oldoini

Con l'avvento dell'economia globale, l'imprenditore non ha più patria e deve insediare la propria attività nella parte del mondo in cui i fattori produttivi costano meno. Si assiste così a fenomeni di delocalizzazione considerati inevitabili: l'impresa formale resta in Italia, i macchinari, le materie prime e la mano d'opera si insediano in Paesi lontani.
Con il passare degli anni il legame dell'impresa con il territorio finisce per scomparire del tutto, perché si forma una imprenditoria del Paese ospitante che tende a sostituirsi a quella d'origine eliminando le rendite esterne, come il marchio.
Che senso ha mantenere il guadagno del furbo operatore che produce la maglietta in Cina per due euro e la rivende in Italia per cento? Perché il consumatore italiano deve sopportare il gravame di un profitto volatile, spesso esterovestito, che determina un inarrestabile degrado del livello occupazionale in casa propria? Gli industriali non hanno dubbi: perché, rispetto a un sistema a elevato costo della mano d'opera, dell'energia e della burocrazia, l'alternativa sarebbe la chiusura del sito produttivo. Va tutto bene, a condizione di avere le idee ben chiare sugli scenari futuri: un sistema di vita precario, basato su rendite finanziarie e di intermediazione che arricchiscono pochi privilegiati a danno della massa.
La base della ricchezza delle nazioni non è più il livello di produzione dei beni di consumo, ma il continuo rinnovamento della tecnologia: la capacità di vendere agli altri Paesi le armi, i macchinari, hardware e software, destinati a diventare inservibili per l'ingresso di nuovi più efficienti «prototipi» usciti da sofisticati centri di ricerca.
Ne deriva una divisione del mondo tra Paesi in grado di produrre tecnologia e di rinnovarla continuamente e Paesi destinati ad attività di assemblaggio e al sottosviluppo. Per tentare di arginare il declino economico, di cui si colgono i primi segni in Europa, occorre destinare risorse all’indagine come base dell'innovazione (indagine pura, secondaria, applicata) e, principalmente, allo «sfruttamento» industriale della scoperta.
Ricordiamoci sempre che la telegrafia senza fili è dovuta a Marconi ma che furono gli Usa a realizzare la scoperta e a ricavarne i maggiori benefici. Un problema molto importante per il ricercatore è ottenere fondi pubblici senza doversi legare troppo ai controlli delle burocrazie. Ciò è indispensabile perché non vi è attività in cui la libertà dell'indagatore individuale sia più necessaria.
È questo paradosso che rappresenta il problema. Nelle grandi università americane si è stabilito un modus vivendi che permette di conciliare queste esigenze apparentemente opposte. In Italia, un ruolo importante può essere giocato dalle Fondazioni di origine bancaria, che dispongono di ingenti risorse destinate al sociale ed hanno una configurazione privatistica, più congeniale alle esigenze degli operatori.
Attualmente il settore della ricerca scientifica finisce per assestarsi su iniziative parcellizzate di basso profilo, perché misurato alla domanda espressa nel territorio di riferimento delle fondazioni. Attraverso semplici correttivi alla legge Ciampi, si può ampliare l'orizzonte a quello nazionale e prevedere la costituzione di una grande impresa strumentale operante nella ricerca scientifica e nell'innovazione, partecipata dalle principali Fondazioni bancarie, aperta al capitale delle imprese private, la cui gestione sia affidata a tecnici di elevato profilo, in grado di cogliere le opportunità e di finanziare le iniziative più meritevoli.
Una decisione da assumere con urgenza, prima che il governo avvii una nuova prova di forza per appropriarsi delle risorse delle Fondazioni, al solo scopo di coprire i buchi della Tesoreria.

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