ForzaSole finanzia chi punta sul «verde»

A che punto è la moratoria: che cosa state facendo? chiediamo a Riccardo Sora, direttore generale di Ubi Banca.
«Fin dall’inizio della crisi il gruppo Ubi Banca - caratterizzato da un modello federale con 2mila sportelli dei quali circa 900 in Lombardia - è impegnato a sostenere le imprese. Dal 25 settembre tutte le filiali sono attrezzate per accogliere le richieste di dilazione (fino a 12 mesi della quota capitale delle rate dei mutui e dei finanziamenti e fino a 180 giorni dei crediti anticipati), istruirle e deliberarle in tempi contenuti. Abbiamo poi attivato tre interventi destinati non solo al sollievo immediato della liquidità, ma al sostegno e allo sviluppo futuro delle Pmi; con finanziamenti che potranno arrivare fino a quattro volte le nuove risorse immesse dai soci nelle proprie aziende».
Che cosa vi aspettate?
«Sono circa 200mila le Pmi nostre clienti che hanno i requisiti per accedere alla richiesta di moratoria, per un controvalore di rate potenzialmente dilazionabili che potrebbero arrivare a 4 miliardi».
Voi avete un tradizionale rapporto con le piccole e medie imprese, specie in Lombardia; nell’ultimo anno si sono modificate queste relazioni?
«Per Ubi le Pmi rappresentano il cuore della propria attività. Il nostro modello prevede una forte interazione con le aziende attraverso l’assegnazione di gestori dedicati in grado di ascoltare e raccogliere le esigenze, traducendole in proposte e soluzioni. Oggi emerge la necessità di migliorare ulteriormente la qualità della relazione per evitare corti circuiti e gestire con intelligenza l’aumentata dialettica attorno a temi ricorrenti quali la quantità, le condizioni, le garanzie e la velocità di messa a disposizione dei fondi».
Come vedete l’evoluzione della crisi dal vostro osservatorio?
«Segnali positivi si alternano a segnali negativi e in queste ultime settimane i primi sembrano sopravanzare i secondi, ma non fanno ancora tendenza. Ci sono settori - elettronica, meccanica di precisione, alcune nicchie della metallurgia - che segnalano un incremento negli ordinativi. A mio avviso il peggio è passato ma non posso dire che abbiamo già iniziato la risalita e, soprattutto, se questa sarà veloce o meno».
Voi non avete fatto richiesta dei T bond, ma avete emesso un prestito obbligazionario convertibile. Il ministro Tremonti ha detto, però, che chi non utilizza i suoi bond non fa un buon servizio al Paese.
«La solidità patrimoniale del gruppo Ubi è di tutta evidenza. La decisione di non ricorrere ai Tremonti bond è stata guidata dalla constatazione che potevamo perseguire le nostre strategie di sviluppo e continuare a sostenere le economie dei territori senza ricorrere a quello strumento. Il prestito obbligazionario convertibile, 640 milioni, ci permetterà di scegliere se e quando procedere, nei prossimi 4 anni, alla sua trasformazione da capitale di debito in capitale di rischio».
Secondo un antico luogo comune le banche prestano soldi a chi li ha già, e cioè a chi può garantirli. É cambiato questo atteggiamento?
«È proprio un luogo comune, e per due motivi. Primo, di fronte a una congiuntura economica decisamente negativa, l’ammontare dello stock degli impieghi creditizi avrebbe dovuto registrare una forte contrazione. Ebbene, stiamo registrando un incremento degli stock; certamente l’evoluzione è più contenuta (3% circa) rispetto al periodo antecedente il manifestarsi della crisi ma è pur sempre un aumento e, almeno per il gruppo Ubi, non si può dire che tale incremento derivi da una maggiore assistenza fornita alle grandi imprese. Secondo motivo, l’aumento esponenziale delle rettifiche su crediti sta a significare che l’argine delle tante presunte garanzie non è poi così diffuso e solido come viene rappresentato».
Voi come vi comportate?
«Per Ubi, dicevo, il core business è costituito dalle Pmi, e ciò è frutto di una lunga specializzazione. Non posso tuttavia nascondere che in talune circostanze la richiesta di garanzie possa derivare dalla difficoltà per la banca di comprendere appieno la sostenibilità di un’idea o di un progetto imprenditoriale; spesso la richiesta di garanzie trova ragione anche nella sommarietà delle motivazioni e delle strategie presentate dall’imprenditore».
Ci sono maggiori criteri di flessibilità in tempi di crisi o, al contrario, aumentando i rischi aumenta la selezione?
«Sono convinto che la prima selezione la faccia il mercato quando comincia a non apprezzare più il prodotto di un’impresa o non ne accetta il prezzo. A valle di questa selezione è inevitabile che si possa scatenare anche quella finanziaria, ma quest’ultima è un effetto e non la causa del possibile declino dell’impresa. Oggi chi rischia di dissolversi è l’impresa che già da prima della crisi soffriva la concorrenza, non era stata in grado di sviluppare soluzioni e magari aveva pure una situazione finanziaria debole. Viceversa per le imprese che non presentavano i primi due elementi di criticità o che avevano già avviato il loro riposizionamento strategico sul mercato, il rischio di una selezione è assai contenuto».