Il fotografo che guardava il Vietnam

Una delle pagine più importanti della storia del Novecento rivive nelle immagini fotografiche della mostra «Vietnam. Fotografie di guerra di Ennio Iacobucci 1968-1975», allestita nel Museo di Roma in Trastevere (Piazza Sant’Egidio, 1/b) fino al 14 settembre 2008. Promossa dal Comune di Roma e curata dal giornalista dell’Agenzia Italia Vittorio Morelli, la mostra ci fa conoscere un grande fotoreporter, la cui vita è stata breve ma straordinaria. Nato in Abruzzo nel 1940, Ennio Iacobucci era arrivato giovanissimo a Roma per fare il lustrascarpe. L’amicizia con il giornalista Derek Wilson, conosciuto durante le Olimpiadi del 1960, gli cambiò la vita. Fu infatti Wilson a fargli studiare le lingue e a improvvisarlo fotografo in Israele nella guerra dei Sei giorni. La sua carriera da autodidatta proseguì in Vietnam, dove arrivò nel 1968. È questo l’anno del Têt, il capodanno buddista che vede l’attacco vietcong al sud del Vietnam. Iacobucci, superato il primo drammatico impatto in compagnia di Oriana Fallaci, all’epoca inviata dell’Europeo, e dell’amico Wilson, prende dimestichezza con le regole della guerra e scrive: «Qui a Saigon c’è sempre aria di festa, o forse più semplicemente tutti fanno finta di niente, ignorando che dietro ogni angolo si combatte e si muore». In effetti, nei 120 scatti selezionati non vi sono solo momenti tristi o cruenti, ma vi è tutta un’umanità che continua a vivere e talvolta a divertirsi, come nel caso dei bambini che giocano con un fucile o dei soldati Usa che assistono allo spettacolo natalizio di Bob Hope, e c’è perfino l’elezione di Miss Saigon nel 1970. Iacobucci lavorava spesso senza un’organizzazione alle spalle, senza stipendio fisso. Le immagini se le andava a cercare giorno per giorno, rischiando anche la vita. Nel marzo 1972 consegnò per primo all’ufficio della France Press di Saigon la notizia della sconfitta americana di Quang Tri e il 17 aprile 1975 è stato l’unico fotografo occidentale a riprendere i khmer rossi che conquistavano Phnom Penh, la capitale della Cambogia. Pur essendo stato un personaggio di grande spicco, Iacobucci è morto a Roma in povertà e solitudine nel 1977. Rientrato in patria nel 1975, non ritrovò più quella carica che aveva a Saigon. Paradossalmente, «in un paese devastato dalla guerra, in cui tutti sembravano pazzi, lui si sentiva a proprio agio», come fa notare il curatore della mostra Morelli, mentre in Italia, in pace, non era che un reduce senza più voglia di vivere. Orario: da martedì a domenica 10-20