Fouquet, il sassolino nella scarpa del re

Ne «Il castello di Vaux-le-Vicomte» Anatole France traccia il drammatico ritratto dell’addetto alle Finanze di Luigi XIV

«Si erge come un trono nel mezzo di una scena teatrale», minimizzano nobilmente gli attuali proprietari e squisiti gestori, Patrice e Cristina de Vogüé. Del trono, l'oggetto in questione ha solo la sbalorditiva regalità, perché in quanto al resto è un immenso gioiello di pietra e di cristalli, sospeso tra boschi e acque dell'Ile-de-France, il castello di Vaux-le-Vicomte, di cui Versailles è un clone, solo un po’ più grande. Nella cartolina web, gli splendidi anfitrioni ci raccontano tutto di questa seicentesca gloria della Francia solare, a mezz'ora di autostrada dalla capitale. Se vogliamo però respirare più a fondo l'aria del castello di Vaux-le-Vicomte, dobbiamo spostarci sul libro di Anatole France che dal luogo si intitola, e che Sellerio pubblica in originale traduzione (pagg. 122, euro 12), nella collana La nuova diagonale. Ottima collocazione, perché diagonale è questo scritto dell'accademico di Francia, Nobel nel 1921, bibliomane con il pennino tinto nell'inchiostro classico di Voltaire e Fénélon: se lo sfondo ha il nitore storico - come tanti altri scritti di France - il ricamo narrativo serpeggia tra arazzo d'ambiente (i sinistri fulgori del cardinale reggente Mazzarino, in una Francia di principi riottosi che facevano la fronda a un trono non ancora assoluto e astrale), scandaglio biografico e, sezione godibilissima del libro, quadro di una cultura magnificamente integrata tra lettere e arti, dramma, poesia e fervore costruttivo, con il lievito di un sogno di marmo che affiora tra campagne fino ad allora anonime.
Il sognante è lui, il protagonista umano del libro di France, Nicolas Fouquet (1615-1680). Suo padre era François, intendente dei commerci marittimi sotto l'ala di Richelieu, membro del Parlamento, della casta di quei fieri boiardi fifty-fifty, al servizio della corona, ma pronti a ingrassare le proprie entrate. Non ancora quarantenne, il rampantissimo Fouquet (il suo stemma araldico è uno scoiattolo in azione, Quo non ascendet? «Dove non salirà?») è nell'ufficio di Mazzarino, come addetto alle finanze, con carta bianca per risolvere l'eterno problema dei governi, quadrare i bilanci allo sbando. Come sempre, il toccasana è uno: tasse su tasse.
Ma a France non importano tanto le alchimie fiscali dello spregiudicato economista, che nel pozzo nero del debito reale scaraventa le iperboliche somme dei prestiti forniti dai finanziatori, ripagati con onori e cariche, dato che i liquidi ripianano più che altro le avidità del Cardinale, oltre che le ambizioni del suo spericolato intendente. La pagina scolpisce il carattere di un personaggio tragico. Nicolas idolatra il bello, in ogni sua forma: rare edizioni di volumi e manoscritti ordinati a migliaia nella leggendaria libreria, dipinti e sculture, rarità antiquarie (due sepolcri egizi, con iscrizioni arcane, lo intrigarono, due secoli prima di Champollion), la compagnia dei begli spiriti, letterati e poeti, di cui si circonda come un mecenate alla mano e disponibile all'ascolto, oltre alla scontata, quotidiana passione, per le leggiadre dame. Per tutto questo Nicolas sognò una meravigliosa conchiglia: il castello di Vaux-le-Vicomte, per erigere il quale tre villaggi furono rasi al suolo, duemila operai lavorarono di vanga e di zappa solo per dissodare il giardino (a Versailles ce ne vollero trentamila) e i migliori progettisti del tempo (senz’altro i più cari) crearono una macchina da fasto senza precedenti. Ma Fouquet era un funambolo accecato dell'amore per il suo stesso passo, aereo e inaudito. Sottovalutò l'invidia ambientale. Ma soprattutto non riconobbe nel suo sovrano - il ventenne Luigi XIV - i sintomi di una modernità inarrestabile, il transito dal medioevo della turbolenza feudale all'assolutismo monarchico, in cui il Re, lui da solo, è lo Stato, e nessuna nube può velare il suo splendore.
Vaux-le-Vicomte era un sassolino troppo grosso nella scarpa del despota. Quando Fouchet vi invitò la Corte alla festa più memorabile di tutti i tempi, non immaginava di firmare la sua rovina con i miracoli di coreografia, con le pantomime firmate Molière, con un numero di invitati a pranzo a tre zeri, Vatel, re dei ristoratori, che serviva in vasellame d'oro, con la balena finta che vomitava prodigi pirotecnici dall'immenso canale, cuore del parco. «Alle sei del pomeriggio Fouquet era un re» commentò con nerbo giornalistico Voltaire «alle undici di sera era un signor nessuno». Istigato dal bilioso Colbert, Luigi ordinò l'arresto dell'ex-ministro. Se ne occupò il moschettiere capo D'Artagnan. Un processo farsa, una condanna all'ergastolo, nella cittadella di Pinerolo. Eclisse totale per l'astro Fouchet, reo di eccesso di luce. Il libro di France è la cronaca di questo sfacelo procrastinato ma, nello stile dello scrittore, un amalgama di pensieri e di giudizi letterari, con una fine antologia di La Fontaine, Molière, un Corneille al tramonto, e un po' di bonario veleno sparso sui gazzettieri piaggiatori, come Loret, satelliti dell'uomo di potere. Il quale, ci fa meditare lo scrittore, logora non solo chi non ce l'ha, ma anche chi non possiede il freddo cinismo, indispensabile per goderne nell'ombra.