Il fragile artista e la donna vampira

Un rapporto tormentato lo legò a una scrittrice femminista che lo dominava. A condurlo a morte precoce non furono però le pene d’amore ma la tubercolosi

Nessuno dei due piacque all’altro in quel primo incontro nel salotto parigino. Scambiarono alcune battute e si allontanarono ai lati opposti della sala. Non pareva il preludio di uno dei grandi amori dell’epoca. «Quanto è antipatica!», disse il ventisettenne a un amico. «E poi sarà veramente una donna? Ne dubito...», aggiunse, guardando la romanziera che teneva banco tra gli invitati.
Amandine era un tipo bizzarro. Vestiva la finanziera come un uomo e fumava il sigaro. Era tozza, con la carnagione scura e palpebre pesanti. Ma l’energia che emanava la rendeva desiderabile. Era divorziata, con due figli e fama di mangiatrice d’uomini. Dall’attenzione con cui era ascoltata, si capiva che godeva di prestigio intellettuale. A soli 33 anni aveva già pubblicato 14 libri tra cui un Storia della mia vita. Infine, era un’accesa femminista tanto da avere proposto una Camera dei deputati di sole donne. Insomma, nulla di più insidioso per qualsiasi uomo. Figuriamoci per il Nostro, che era una mammoletta. Quella sera, finì così. Ma l’anno dopo si incontrarono di nuovo e scoppiò un amore devastante.
Amandine era di sei anni più anziana, il che era per lei la regola. Marito a parte, aveva amato solo uomini più giovani, tra i quali il poeta Alfred de Musset. Anche ora che iniziava la storia col nostro Frycek, la vampira era legata al precettore dei suoi figli, il ventenne Félicien. Costui, pazzo di gelosia, cominciò a pedinarla per tutta Parigi, tanto da costringerla a saltare da una carrozza all’altra per seminarlo. I nuovi amanti decisero di far perdere le tracce e, insieme ai figli di lei, si imbarcarono per Palma di Majorca.
«Cedri, cactus, ulivi, aranci, melograni... il cielo è turchese, il mare blu... è il paradiso», scrisse Frycek a un amico senza immaginare che il soggiorno stava per trasformarsi in un inferno. Pochi giorni dopo, sorpreso da un temporale, il Nostro rientrò in casa inzuppato e intirizzito. Colto da accessi di tosse, sputava sangue. Presto i medici si accorsero che era tubercolotico, cosa che Frycek sapeva da anni ma teneva nascosta. Era la sua angoscia da sempre e ne aveva infantile pudore. Nulla di peggio poteva accadere a Majorca, i cui abitanti vivevano nel terrore che i turisti potessero portare malattie infettive. Bastò perciò la parola «tubercolosi» perché il proprietario della villa affittata dai parigini li sfrattasse all’istante. Dei mobili fu fatto un falò e la casa disinfettata a spese degli affittuari. I quattro trascorsero il resto dell’inverno in una chiesa sconsacrata umida e fredda prima di riuscire a far ritorno in Francia.
La luna di miele si risolse dunque in un fallimento che però, sul momento, non incise sul rapporto. Tornati in patria, si fermarono nella bella villa di Amandine nel Berry, dove Frycek poteva concentrarsi in pace sulle sue creazioni. Facile a stancarsi, l’artista andava a dormire con le galline e l’amante, innamorata, glielo concedeva di buon grado. Tornati a Parigi presero due appartamenti attigui e la loro relazione andò avanti otto anni. Col tempo, tuttavia, i rapporti intimi cessarono e si sparse la voce che lei stesse scrivendo un libro sulla loro storia. Esibizionista com’era, cominciò a leggere nei salotti i capitoli man mano che li terminava. Erano zeppi di allusioni irridenti all’amante che suscitavano risolini. Solo il fragile Frycek fingeva di non accorgersene, mentre i suoi amici ne erano sdegnati.
Poi cominciarono anche le liti. Non tanto per cose loro, quanto per colpa dei figli di Amandine, ormai cresciuti. Maxime, il maschio, accusava il Nostro di sfruttare la madre, il che non stava né in cielo né in terra. Solange, la femmina, si era invece messa in urto con la mamma a causa di un poco di buono di cui si era innamorata. Frycek, che adorava la ragazza, ne aveva preso le difese suscitando le ire di Amandine. Dàlli e dàlli, di incomprensione in equivoco, il rapporto, già stanco, si sfilacciò del tutto e i due si lasciarono quasi con odio. Quando la loro storia finì, lui aveva 38 anni, lei 44.
Tutto avrebbe lasciato comunque pensare che quella con Amandine, pur nei suoi limiti, fosse stata la relazione più importante del Nostro. Alla sua morte, invece, fu trovato un pacchetto di lettere avvolto in una copertina con su scritto: «Moja bieda», «La mia pena» nella lingua di origine di Frycek. Rivelava un altro amore, probabilmente il più struggente, per una tale Maria. Una storia brutalmente interrotta dalla famiglia di lei a causa della tubercolosi di Frycek, la malattia che fu il tormento della sua breve vita. Già a 16 anni scriveva a un compagno di scuola: «Hanno dovuto applicarmi delle sanguisughe sulla gola perché ho le ghiandole gonfie». Dello stesso male, tra salassi, senapismi e vescicatori, era morta la sorellina Emilie.
Di ceppo francese, ma slavo di nascita, il Nostro fu un fanciullo prodigio. A nove anni, fece omaggio alla zarina russa ospite a Varsavia di una poesia e di due sue garbate invenzioni ispirate alla notte. Le prime delle non numerose opere che realizzò prima di morire, trentanovenne, a Parigi, consunto dalla sua implacabile malattia.
Chi era?