François Mauriac, il Simenon cattolico che assolveva tutti

Con "Thérèse Desqueyroux" torna un grande dimenticato. Raccontava il peccato, ma perdonava sempre il peccatore

Le battute si sprecavano. «Ragazzo del coro», ovvero un chierichetto, lo definì Jean Cocteau, opponendogli il suo essere «un ragazzo di cuore». «Amputato dall’Indice» insistette quando una conversione rapida quanto improvvisa lo mise al riparo dal finire fra gli scrittori «proibiti». «Illeggibile, con la sua letteratura da sacrestia» sentenziò Paul Léautaud, tipica di «un omosessuale che si ignora», secondo la sarcastica definizione di Paul Bourget. «Vuole scrivere ma non precludersi il paradiso, andare in paradiso ma non precludersi la scrittura» sintetizzerà André Gide. Il carico da undici lo mise Jean-Paul Sartre. «I romanzi li scrivono gli uomini per gli uomini. In un’ottica divina che trafigge le apparenze senza arrestarsi, non esiste romanzo, non esiste arte, perché l’arte vive di apparenze. Dio non è un artista; lui nemmeno». Riassumerà amaramente il diretto interessato: «Sono lo scrittore più insultato di Francia». Poi, ironico: «Appartengo a quella specie di moribondi che l’estrema unzione fa resuscitare».

Chi legge oggi François Mauriac, l’oggetto del fuoco di fila di cui sopra, ma anche, certo, il premio Nobel del 1952 e il poeta che, al suo esordio di ventenne, era stato applaudito da Maurice Barrès, nume tutelare del suo tempo, il romanziere stimato dalla critica e premiato dal pubblico che, nemmeno cinquantenne, era divenuto Accademico di Francia, l’intellettuale che per quasi mezzo secolo non aveva rinunciato a dire la sua su guerre e dopoguerra, fascismo e antifascismo, epurazione e comunismo, idea di nazione e lotte di liberazione? La domanda non è peregrina se un editore intelligente e smaliziato quale Adelphi lo risveglia ora da un letargo italiano almeno trentennale e manda in libreria quel Thérèse Desqueyroux (pagg. 136, euro 16, traduzione di Laura Frausin Guarino) del 1927 che segna l’entrata in scena di un’«eroina nera» protagonista ancora di un romanzo (La fin de la nuit) e di due racconti (Thérèse chez le docteur, Thérèse à l’hôtel) e annuncia la pubblicazione dell’intero ciclo nonché di due testi canonici quali Génetrix e Le noeud de viperès.

All’anagrafe Thérèse Desqueyroux faceva Madame Canaby. Nel 1906, quando Mauriac aveva ventun’anni, era stata processata per tentato omicidio, l’avvelenamento del marito, ostacolo da eliminare, si mormorava, fra lei e l’amante. Durante le udienze l’accusa era caduta, il marito non si era costituito parte civile, la donna era stata condannata per falso, una confusa storia di provincia nella quale il decoro, la difesa del buon nome, l’orrore per gli scandali avevano fatto muro contro la ricerca della verità. Il giovane François era andato spesso in quell’aula di tribunale dove tutti conoscevano tutti e i panni altrui venivano ferocemente tagliati con il sorriso di chi ritiene di stare invece rammendandoli. Le sue simpatie erano andate alla «dritta e pallida povera donna», «torturata» senza diritto... Era lei la vittima, di quella società chiusa e ipocrita dove il denaro e il possesso sono considerate delle virtù, dove ci si sposa senza amore ed è bandita la passione...

Nel primo volume di François Mauriac. Biographie intime. 1885-1940 (Fayard, pagg. 645, euro 30,80), uscito adesso in Francia, Jean-Luc Barré osserva giustamente che, come in un transfert, quello spettatore anonimo e romanziere in potenza aveva visto nel gesto di lei «la propria rivolta, il destino di chi si solleva contro le leggi della propria tribù e il cui solo crimine è, in fin dei conti, l’affermazione della propria differenza». Un destino che, come un’ombra complice, vent’anni dopo si ripresenterà in quello che è per molti versi il suo romanzo più intimo e insieme più segreto. Perché Thérèse Desqueyrox era lui.

«Saprò mai dire qualcosa degli esseri che grondano virtù e hanno il cuore in mano? I “cuori in mano” non hanno storia, ma io conosco quella di cuori sepolti e intimamente legati a un corpo di fango». Anche in queste righe che introducono al romanzo Mauriac parlava di sé, ragazzo e poi uomo ossessionato dal sesso e dal peccato, sempre fuggiti e sempre inseguiti, alla continua ricerca della Grazia che ora prende le sembianze del matrimonio che mette l’ordine familiare al posto del disordine intellettuale e affettivo, ora si trincera dietro la solidità di una vocazione letteraria, ma che basta un volto, una carezza, un desiderio per metterla in crisi e far sprofondare di nuovo nella sofferenza. È il «corpo di fango» che affonda nella Francia profonda del Bordeaux e della Garonna, fatta di famiglie patriarcali e di proprietà indivise, di bocche cucite e di segreti inghiottiti, di madri possessive e di figli deboli, dove c’è sempre un fratello prete e una sorella nubile perché la terra non va sparsa e il patrimonio va salvaguardato. Il «corpo di fango» di chi, bambino, nella vasca da bagno vede la madre intenta a intorbidare l’acqua perché lui non si veda nudo e a letto indossa camicie da notte cucite affinché non lo sfiori la tentazione di toccarsi... «Il terrore dei pensieri cattivi» ricorderà, veniva «tradito da tic, smorfie, oscillazioni della testa da destra a sinistra per dire no al peccato»... Per chi della giovinezza e della bellezza fa la propria ragion d’essere, è un tormento continuo, aggravato dal fatto che, invecchiando, «resta lo stesso cuore, la stessa avidità. Dissimuliamo nelle nostre carni di esseri maturi, declinanti, vecchi, una giovane bestia insaziabile».
Così, nei libri di Mauriac c’è sempre un triangolo: lui, lei, l’altro o l’altra. E molto spesso è un triangolo in cui due lati sono dello stesso sangue, fratello e sorella, madre e figlio... L’incesto è sempre lì che lavora nell’ombra e nell’ombra lavorano passioni altrettanto segrete, omosessualità maschile e femminile, adulteri... Non sempre ci si svela, ma la tragedia si compie lo stesso, basta il sospetto per scatenarla, o l’idea che il frutto del peccato possa essere assaggiato. Oppure basta il pensiero che, forse, si è ancora in tempo per cambiare ciò che è stato deciso da altri: un matrimonio infelice, una vocazione forzata, un amore mal riposto.

Tutto ciò che Mauriac si impedisce di vivere, noterà un critico suo amico, diviene materia dei suoi romanzi. La Biographie intime di Barré fa capire che non è proprio così, ma è altrettanto vero che gli eroi negativi dei suoi romanzi, gli esecrabili «angeli neri» che li popolano sono un campionario di avidità e di fariseismo, di ingordigia esistenziale e di assenza di regole, di solitudine e di fallimenti.
Per alcuni versi, Mauriac è una sorta di Simenon cattolico, nel senso che racconta il peccato, ma vuole salvare l’anima del peccatore. Mauriac era un lettore e un estimatore di Simenon e l’amoralità delle sue storie come della sua vita lo stupiva meno dell’immoralità conclamata del suo maestro Gide: Simenon non elevava il male, si limitava a raccontarlo... La critica di Sartre riportata all’inizio, sotto questo aspetto non era però sbagliata, perché il Mauriac scrittore-demiurgo finisce per fare delle sue creature dei burattini che la Grazia illumina nel momento della dannazione... In alcuni romanzi, La farisea, Ciò che era perduto, Gli angeli neri, l’irruzione salvatrice è così improvvisa e/o incongrua che sconcerta e dal punto di vista narrativo si ritorce contro il racconto stesso. Thérèse Desqueyroux sfugge a questa sindrome della redenzione a tutti i costi, e lo stesso vale per Le mystère Frontenac o Le noeud de vipères, ed è in libri come questi, dove la pietà si unisce alla ferocia, dove l’analisi psicologica non si fa mai condanna moralistica, dove le descrizioni e i paesaggi si affidano a uno stile esemplare per precisione e ricchezza e tu riesci a sentire l’odore di stanze chiuse e di boschi gonfi di rugiada, che Mauriac torna a vincere la sua scommessa e risorge beffardo contro chi lo aveva dato per morto.