Il francescano che invocava sorella guerra

«Arruolato» da Turati tra le file socialiste, da soldato perseguitava i preti. Poi la metamorfosi. Ma quel saio nascondeva il cuore duro di chi vedeva nel conflitto l’«unico farmaco del secolo»

Ditemi voi se questo è un padre francescano. Da ragazzino, fu un discolo. I nonni, pii allevatori benestanti, non ebbero alcun influsso su di lui. L’impronta gliela diedero il babbo, un massone miscredente, e la mamma, Caterina Bertani, pronipote di Agostino, capo della sinistra radicale negli anni ’80 dell’Ottocento. Nella Milano dove nacque Dio era relegato nelle chiese. Fuori dal sagrato dominavano l’anticlericalismo ufficiale, la bohème degli scapigliati, la filosofia positivista che riduceva l’anima a combinazione di molecole.
Edoardo crebbe figlio del suo tempo. A scuola, che era il Parini, il maggiore liceo della città, faceva il tonto. Tanto lo fece che Alfredo Panzini, suo insegnate, una volta gli urlò: «Sei un cretino». Un altro giorno, in vena di bravate, scommise di scendere in bicicletta la scalinata del Parini. Arrivò giù come una valanga, fracassandosi le gambe. Sei mesi di letto.
Finito il liceo, si iscrisse a Medicina a Pavia. Entrò a convitto al Collegio Ghislieri, un focolaio di gioventù anti Savoia e repubblicana. Due anni dopo, era già espulso per avere fatto scoppiare dei petardi in corridoio. Assistente a Medicina era Anna Kuliscioff, una russa bionda, con cui Edoardo strinse amicizia. La bionda gli presentò l’amante, Filippo Turati, capo del socialismo nascente. Turati capì che la matricola era un capopopolo nato e lo invitò a una conferenza di Enrico Ferri. Il diciannovenne ne fu entusiasta. Entrato repubblicano, ne uscì socialista. Turati gli affidò la direzione del foglio marxista pavese La plebe. Lo studente cominciò una fervida opera di propaganda per il sole nascente.
Organizzò coppie formate da un operaio e uno studente e prese di mira le parrocchie. Mentre l’operaio attaccava manifesti, lo studente sul sagrato concionava sulle sorti progressive dell’umanità. I parroci, per coprire le voci, suonavano le campane e mandavano i contadini coi forconi a cacciare gli intrusi. Per il cinquantenario del Manifesto dei comunisti, Edoardo tenne una conferenza. Ebbe un uragano di applausi, le lodi senza riserve di Turati e provò l’ebbrezza del tribuno. Nello stesso anno, che era il 1898, si mise alla testa dei moti popolari di Pavia per il caropane. Mentre trascinava la folla, i carabinieri fecero fuoco. Caddero stecchiti i due che gli stavano al fianco, un operaio e Muzio Mussi, figlio di un deputato radicale. La rivolta divampò in tutta Italia e fu soffocata a Milano dai cannoni del generale Bava Beccaris. Ottanta morti.
Edoardo mise un freno al suo socialismo. Si concentrò sulla laurea e l’ottenne con una tesi sull’embriologia dell’ipofisi. Divenne medico condotto nel comasco. Alto, magrissimo, occhiali doppi da miope, si mise a fare l’elegantone e a frequentare La Scala in frac. Turati, deluso, scrisse: «Coraggioso, ma impulsivo. Si lascia suggestionare dall’entourage borghese... va perdendo idealità democratico-sociali». Ma se in lui il socialismo languiva, l’anticlericalismo vigoreggiava. Chiamato a fare la naia all’Ospedale militare di Milano, appena si accorgeva di un prete tra le reclute (all’epoca, la leva includeva i sacerdoti), lo strapazzava: «Pretaccio, ti voglio tormentare fino a quando sarai congedato». E prendeva a ciabattate i religiosi che vedeva inginocchiati a pregare sulla brandina.
Poi, di colpo, tutto cambiò. Dal giorno alla notte, il venticinquenne passò dalla ciabatta all’aspersorio. Escluse gli Ordini colti, gesuiti e domenicani, e vestì il saio francescano. I genitori, disperati, cercarono prima di infilargli nel letto una ragazza, poi di farlo interdire. Per i socialisti aveva il «cervello sconvolto» e accusarono i frati di plagio. La Chiesa, al settimo cielo, parlò invece di novello Paolo sulla via di Damasco. Edoardo divenne Agostino e per 56 anni, fino alla morte, tra le maggiori autorità del cattolicesimo.
Anche come frate fu sui generis. Da medico, volle controllare le stimmate del confratello Padre Pio e, al suo rifiuto, lo trattò da impostore. Angariò il mite Ernesto Buonaiuti, prete modernista, e fece di tutto per radiarlo dalla Chiesa. Scoppiato il primo conflitto mondiale, fu il più significativo guerrafondaio d’Italia e impartì una linea bellicista ai cappellani militari. Parlò di «valore provvidenziale della guerra» e delle sue «conseguenze benefiche» come «unico farmaco atto a sanare l’infermo secolo nostro». «Il Paese - scrisse - deve fabbricare montagne di proiettili... vivere esclusivamente per buttarsi tutto intero contro il nemico». Pugni allo stomaco di fronte alla Regola francescana: «I frati siano miti, pacifici, mansueti».
Tornata la pace, propugnò l’eugenetica «per impedire a individui rovinati dalla guerra di fare figli degenerati». E mise a disposizione per la bisogna la sua grande creazione: l’ospedale universitario che porta il suo nome. Fu poi fascista e antisemita. Disse: «Sarebbe una liberazione se morissero tutti i giudei che hanno crocifisso Nostro Signore». Visse gli ultimi anni su una carrozzella, paralizzato da un incidente d’auto. Ora c’è chi lo vorrebbe santo. Una causa è in corso, promossa da ammiratori di questo curioso frate.
Chi era?