FRANCIA La grandeur è piccola

Alla ricerca del Tempo perduto, si intitola il reportage che il settimanale Time dedica allo stato delle arti in Francia, con tanto di richiamo in copertina esplicito sino alla brutalità: La morte della cultura francese. «Ditemi in fretta il nome di un artista vivente o di uno scrittore che abbia una risonanza internazionale» ironizza lo strillo che accompagna il richiamo e insomma: «La terra di Proust, Monet, Piaf e Truffaut, ha perso il suo status di superpotenza culturale. Può riguadagnare la sua gloria?».
L’articolo di Donald Morrison è impietoso, ma con tutte le pezze d’appoggio giuste: il numero di romanzi francesi tradotti negli Stati Uniti è insignificante, i film made in France non arrivano quasi mai Oltreoceano, i cantanti neppure, le case d’asta non reggono la concorrenza con le grandi capitali internazionali. Tutto questo in un Paese dove la promozione della cultura è da secoli una politica nazionale, dove i filosofi e i musei sono un simbolo di gloria e di patriottismo, dove l’«eccezione culturale» è un concetto difeso con successo, dove chi lavora in campo artistico, ma non ha uno stipendio fisso, ha particolari agevolazioni fiscali e dove pittori e scultori possono contare per i loro «studio» su un sussidio dello Stato.
Fra le ragioni della «decadenza», Time ne cita un paio condivisibili quanto note: una è essere il francese ormai soltanto la dodicesima lingua più parlata al mondo, l’altra essere i maggiori centri culturali e pubblicitari, la «global buzz machine», in gergo, negli Stati Uniti e in Inghilterra. «Negli anni ’40 e ’50 la Francia era al centro della vita artistica e tu dovevi andare lì se volevi essere conosciuto. Oggi si va a New York».
Su altri punti, il discorso si fa più scivoloso. Il protezionismo culturale, si dice, alla lunga potrebbe essersi rivelato più un freno che un incentivo. Una certa tendenza all’astrazione e all’introspezione, nel cinema come in letteratura, potrebbe essere incompatibile per un pubblico più vasto e cosmopolita, la presenza dello Stato finisce con l’impedire un inserimento dei privati e quindi una «democratizzazione» della cultura sulla base delle leggi di mercato... Come sempre, il declino culturale di una nazione è qualcosa di difficile da spiegare e da rappresentare. E va detto che i primi a interrogarsi sul tema sono comunque i francesi stessi, le cui librerie abbondano di saggi intitolati La caduta della Francia, La grande sconfitta, La fine delle illusioni...
Proviamo però a rovesciare lo specchio. Ogni autunno, la stagione che segna la rentrée letteraria, escono in media 700 romanzi, ogni anno l’industria cinematografica produce 200 film... Le strip franco-giapponesi sono leader nel loro settore, artisti dell’hip pop come Diam’s, Abd al Malik, Mc Solar sono dei rappers di grande fama e talento... La Francia è il più multietnico bazar di arte, musica e cultura oggi esistente e nonostante le sue «quote culturali» e le sue «eccezioni» è il paradiso della cultura straniera rivisitata o meno in chiave transalpina. L’ultimo Oscar cinematografico francese, Persepolis, porta il nome di Marjane Satrapi, ovvero di un’iraniana, disegnatrice e regista.
Se poi la cultura è non solo parole scritte, suoni, immagini che dire della moda, della cucina, dei vini? Anche qui, un uso intelligente di tecniche, esperienze, suggestioni straniere ha portato ciascuno di questi campi al suo massimo livello. Ogni volta che il sottoscritto va a Parigi, sa che potrà trovare una libreria aperta fino a mezzanotte, una sala cinematografica dove vedere ciò che più gli piace, un classico del passato, l’ultima novità di Hollywood, qualsiasi cinematografia cosiddetta «minore». Sa che al Beaubourg ci sarà sempre una mostra interessante, che ogni quotidiano nazionale ha il suo bravo e ben fatto supplemento libri, che si mangia benissimo, si sta nei caffè come nel salotto di casa propria e le ragazze sono belle.
Sarà anche la decadenza, ma è così dolce naufragarvi dentro...