Franco Nero: «Django torna in sella»

«In verità non sono mai sceso da cavallo, anche se l’ultimo western l’ho girato dieci anni fa. Ora interpreterò L’Angelo, il Bruto e il Saggio a fianco di Keith Carradine: primo ciak in marzo»

Lucio Giordano

da Capri

Il mare è forza 5: agitato, molto agitato. E le onde ti fanno inghiottire l’aria mandandotela di traverso. Franco Nero però non sembra soffrire. Sul ponte più alto del traghetto che lo riporta a Napoli, dopo aver presentato il suo primo film da regista a Capri Hollywood, Forever Blues, se ne sta seduto con una fascia di lana sulla fronte e gli inseparabili occhiali scuri da sole. Al proprio fianco, il figlio Carlo Gabriel, la moglie di lui e, a poca distanza al coperto, due dei cinque nipoti di Franco: Rafael e Lili, dieci e un anno. Nero guarda dritto verso il mare, all’orizzonte c’è il Vesuvio, nel suo futuro il ritorno al western. Sì, Django sta per tornare. A marzo, diretto da Alberto G. Castellari, con il quale aveva lavorato in Jonathan degli Orsi, interpreterà L’Angelo, il Bruto e il Saggio che già dal titolo è un omaggio al cinema di Sergio Leone, ma anche di John Houston.
A 60 anni e più torna in sella, Nero.
«Non sono mai sceso da cavallo. Anche quattro anni fa in un film ungherese ho cavalcato per due settimane intere, cadendo senza controfigura. Del resto mi sento in forma, gioco ancora a calcio e mi mancano 28 gol alle duemila reti segnate, nella mia squadra che disputa incontri per beneficenza».
Nessuno potrà insomma darle del patetico se torna al western dopo dieci anni circa.
«Proprio nessuno, grazie».
Il cast del film è già stato scelto?
«Ci sarà Keith Carradine e un altro noto attore americano, che però ancora deve firmare il contratto. Dovrebbe farlo entro qualche settimana: il primo ciak è previsto infatti tra due mesi».
Il titolo fa presagire sparatorie dall’inizio alla fine.
«Di più. Ho letto la sceneggiatura e negli ultimi venti minuti accade davvero di tutto. La storia è quella di tre sciacalli condannati a morte che accettano la proposta di un senatore americano: avranno salva la vita se cattureranno un pellerossa sanguinario, che, si scoprirà poi, è un pacifista».
Nello stesso periodo dovrebbe uscire nelle sale anche il suo film d’esordio alla regia, Forever Blues. Perché ha deciso di passare dietro la macchina da presa?
«Volevo semplicemente raccontare la storia, in parte autobiografica, di un trombettista e un bambino con problemi familiari ospite di un villaggio per l’infanzia. E volevo raccontarla io».
Scusi, ma cosa c’entra lei con tutto questo?
«Il blues è la mia passione, quanto al bambino, da quarant’anni faccio volontariato in uno di questi centri infantili. Il film è stato visto nelle scuole ed è considerato altamente educativo. Così ci ho preso gusto e tra breve dovrei realizzare una seconda pellicola da regista, la storia d’amicizia tra un cieco e una bambina di colore».
Qui a Capri aveva un concorrente in famiglia: suo figlio Carlo Gabriel, al secondo film da regista.
«Concorrente? Sono stato io a spingere anni fa Carlo dietro la macchina da presa. Gli ho anche prodotto il suo primo film. Averlo con me in questa settimana a Capri, poi, è stato bellissimo. Mi sono goduto lui e i nipotini. Che adoro. Sono i figli che avrei voluto avere».
Perché non si è più risposato?
«Sono ancora molto legato a Vanessa Redgrave, la mia ex moglie, che è anche l’attrice più brava al mondo. E poi continuo a girare il mondo con il cinema. Finora ho recitato in 160 film in trenta Paesi diversi. Mettere su una nuova famiglia sarebbe stata forse una scelta egoistica. E se dovessi dire qual è casa mia non le saprei rispondere: forse Roma dove abitano mia madre e mia sorella, forse Londra dove vive Carlo Gabriel».
Centosessanta film, però non moltissimi da protagonista.
«È vero, ma Laurence Olivier me lo diceva sempre: hai il fisico, una bella faccia per fare il cinema, però se vuoi durare a lungo recita nei film che più ti piacciono senza stare a pensare se sarai o meno l’interprete principale».
Si diverte ancora a fare questo mestiere?
«Molto. Sono un privilegiato. Tra qualche mese parto per gli Stati Uniti, dove farò un italiano che si autoaccusa per evitare la condanna a morte della moglie. Quindi tornerò in Italia per una storia d’amore ambiguo: protagonisti un italiano e una coppia di americani».
Lei ha recitato con tutti i più grandi del cinema internazionale, con ben nove premi Oscar. Un nome su tutti se la sente di farlo?
«Buñuel, per la genialità e il senso dell’umorismo. Mi chiamava Nero perché l’ex caudillo gli stava un poco sulle scatole».
Chiude con una risata Franco Nero. Anche se le onde crescono d’intensità. La nave sembra anzi piegarsi di fianco. Rischio di finire in mare. Ma al mio fianco c’è Django.