Frank Lloyd Wright e le stampe giapponesi

Si concludeva il secolo che aveva visto il formarsi della nazione americana e ne iniziava uno nuovo durante il quale gli Stati Uniti erano destinati a conquistare la supremazia mondiale.

Nel 1893 venne inaugurata a Chicago l' Esposizione Colombiana che mobilitò risorse enormi e segnò una tappa fondamentale anche per la storia dell'architettura americana. Tra gli artefici dell'Expo vi fu Frank Lloyd Wright (1867-1959), destinato a diventare una figura dominante del Paese, una fama che estese in tutto il mondo.

Lo stesso architetto sebbene avesse avuto un ruolo importante ma secondario nell'Esposizione, fu certamente uno dei visitatori più attenti dei Padiglioni. Tra questi vi era quello di Ho-o-den, un tempio giapponese costruito su un'isola artificiale. L'impressione che l'artista giapponese esercitò su Wright, allora giovane architetto, fu emorme e lo accompagnò tutta la vita. Grazie al suo primo datore di lavoro, Joseph L.Silsbee, aveva già avuto modo di conoscere l'arte giapponese grazie anche alla collezione del suo "capo", specie di stampe e andando a tante conferenze tenute dall'imatologo Ernst Fenellosa.

Da allora i viaggi di Wright in Giappone non si contarono neanche più: questo un fenomeno importante anche per comprendere l'arte dello stesso Frank Lloyd Wright. Lui stesso divenne in seguito uno dei più importanti collezionisti americani di arte giapponese. Non è stato un caso che costruì proprio in Giappone un grande albergo (l'Imperial Hotel a Tokyo), rispettando la natura e la tradizione del Sol Levante, inserendo nuovi elementi dell'architettura "moderna". Nel 1943, Wright iniziò la costruzione del Guggenheim Museum di New York, un'opera che lo impegnò fino alla morte

Grazie, prima alla mostra e poi al volume "Le stampe giapponesi. Una interpretazione" di Frank Lloyd Wright edito da Electa con saggi di Francesco Dal Co e Margo Stipe (Euro 45), il grande pubblico potrà conoscere il pensiero del grande architetto americano e la sua interpretazione rispetto ai disegni delle stampe giapponesi. Per la prima volta il testo del volume ès tato tradotto da Dal Co e Stipe, accompagnato dalle riproduzioni dell'edizione originale, tessendo così un legame tra la cultura orientale e quella occidentale.

Che l'intera opera di Wright fosse segnata dall'incontro con Ho-o-den lo conferma questa confessione che il progettista fece ai suoi allievi negli ultimi anni della sua vita, nel 1954: "Non vi ho mai confessato in che misura le stampe giapponesi mi abbiano ispirato. Non mai cancellato quella mia prima esperienza e mai lo farò. E' stato per me il grande Vangelo della semplificazione, quello che porta all'eliminazione del superfluo".

Questo libro di Wright è apprezzato non solo dai cultori dell'arte orientale ma anche apprezzato da tutti gli architetti occidentali.

E' d'obbligo spendere due parole su i "Surimono", in quanto rappresenta la forma più raffinata dell'arte della stampa giapponese e dei calendari stampati, "Egoyomi". La parola surimono significa "oggetto dipinto". Nel Settecento, nel periodo Edo, la tecnica della stampa si trasformò utilizzando anche il colore e successivamente vennero utilizzate carte sempre più spesse per essere utilizzate come prove uniche. L'ultima tecnica di stampa venen chaimata "karazuki". Le stampe venivano commissionate da poeti, persone colte, e raffinate o usate in occasioni speciali di cerimonie religiose o politiche. L'intreccio e il dialogo tra la raffigurazione e la scrittura costituiscono una delle caratteristiche principali del Surimono.

Solo venti anni fa, dopo la morte di Wright (1959) si venen a sapere di una collezione custodita in una scatola di legno con più di 700 stampe giapponesi, 500 delle quali classificate come Surimono. Questa sua passione era uno dei temi frequenti nella sua casa di Teliesin (nel Wisconsin), una delle tante case costruite dall'architetto in mezzo alla natura tra alberi e rocce, ricche di cascate e di luce che filtra dalle foglie e dai rami delle piante.