FRANZ VON STUCK Con Lucifero in corpo

Poche volte l’arte fu davvero al centro della vita di uno Stato. Accadde, però, a Monaco di Baviera, negli ultimi anni del regno dei Wittelsbach, dalla fine dell’800 al 1918. Gli artisti di professione, a Monaco, in quegli anni, erano circa tremila, contavano molto, e facevano opinione: undici di loro erano nel gruppo di testa dei milionari bavaresi. Il più in vista di loro era Franz von Stuck, direttore dell’Accademia delle Arti figurative, dove insegnava. Tra i suoi allievi, per esempio, De Chirico, Klimt, Klee. Fu lui ad inaugurare, con la Secessione di Monaco del 1892 il Liberty in Austria, che in quel Paese si chiamò appunto Sezessionstil. Sempre von Stuck ispirò a Paul Klee, appena arrivato a Monaco nel 1898, questo sintetico appunto: «Molti paradossi. Nietzsche nell’aria. Esaltazione di sé stesso e degli istinti». A von Stuck il Mart di Trento e Rovereto dedica una bella mostra, che aiuta a verificare sia quanto fosse nel giusto Klee, sia molte cose accadute dopo (o che stanno accadendo ora), nella cultura e nell’arte.
Cominciamo con Nietzsche. Von Stuck inaugura la modernità nel suo aspetto forte, fiducioso del proprio corpo, molto lontano, in realtà, dalla glorificazione inquieta che ne dà Nietzsche, che nasconde appena, come notò Carl Gustav Jung, una profonda angoscia e insicurezza fisica. Soprattutto, però, von Stuck è tutto fuor che nichilista. Egli crede veramente nella materia e nei corpi, come solido punto di partenza per un altrove, verso il quale tende con tutte le sue forze. Quando nel 1905 viene nominato cavaliere, egli sceglie come stemma un centauro che salta verso l’alto, con i pugni chiusi ben rivolti davanti a sé. Il critico Richard Muther vede in quell’autorappresentazione: «Un bavarese pieno di forza e di succhi, che non vuole saperne nulla dei dolori e delle sofferenze (...) dei moderni. Lui, come un Centauro, balza nello stanco presente».
Al tormento dei nicciani, von Stuck preferisce il suo solido rapporto con la materia. Quando Franz Ostini va ad intervistarlo, già nobile, e gli chiede cosa ha fatto prima di diventare pittore, lui risponde: «Il guardiano di porci». Suo padre, in effetti, aveva un mulino, e il giovane Franz badava, anche, ai maiali. Ma sottolineare la contiguità delle sue origini con il mondo animale chiarisce il suo programma artistico, e di vita. Quello di equilibrare l’aspirazione del demone «pensatore», il «Lucifero» così presente nel mondo moderno, e che anch’egli dipinge, con una forte esperienza di corpi, di materia, e di narrazione delle loro avventure, e sentimenti.
È qui che von Stuck incrocia la mitologia classica. Egli cerca nelle immagini del mito un corpo non ancora separato dai suoi istinti naturali, rappresentati nei dipinti dagli animali. Che sono, anche, un aspetto della relazione dell’uomo col sacro; la separazione dall’istinto, infatti, si realizza durante quello stesso processo di secolarizzazione dell’Occidente che divide l’uomo dall’esperienza religiosa. Lo sguardo dell’artista, allora, corre a quelle forze istintuali (ma anche affettive, cognitive, e simboliche), che appaiono appunto negli «esseri misti» della mitologia, investigati da von Stuck con simpatia. Figure che sono uomini e insieme animali, e tutti manifestano una tensione verso l’alto, il divino, forse un divino piacere. Il piacere celebrato negli scherzi che dipinge tra fauni e ninfe, nelle loro danze. L’amicizia tra mondo umano, divino e animale, è cantata nei quadri su Orfeo, che suona ispirato la lira, col sesso proprio davanti alla bocca spalancata del leone. Non temere di venir castrati dagli appetiti animali: questa è la forza celebrata nella ricerca di von Stuck, e richiesta all’uomo nella sua relazione con l’istinto. Non è l’istinto a castrarci-divorarci, bensì la volontà di potenza di un pensiero oscuro, quello di un Nietzsche mal digerito, non equilibrato dalla devozione per la bellezza, il piacere, e la divina armonia.
Certo, per non smarrirsi nel mondo istintuale occorre esservi iniziati. È la vicenda narrata nella saga germanica della caccia selvatica, che von Stuck rappresenta direttamente in lavori esposti in mostra ed in altri in cui appaiono corpi scarnificati, o in quelli sulla guerra. La caccia selvatica non è poi che la scoperta maschile dell’irruzione nella propria vita dell’aspetto forte della storia dell’uomo. Quello qui rappresentato dall’uomo che urla, una mano avanti a tastare la criniera, e l’altra indietro, verso la coscia dell’animale.
Maschile e femminile affascinano von Stuck, come la Monaco dell’epoca, attenta alla bellezza ed al piacere. «In quasi tutti i miei quadri - scrive - c’è “Lui”, e “Lei”. Vorrei onorare la forza di lui, e la morbida flessibilità della donna». Il suo autoritratto del 1899 riassume, nella forza dello sguardo, un carattere maschile che è anche programma di vita, e di ricerca artistica.
«Quando lo vedo davanti a me - scrive di lui Anna Spiers - questo giovane uomo, che sembra uscire dal sole di Capri e dalla libertà, mi sembra che porti i segni del “vincitore”, serio, in contatto con la propria interiorità, ben poggiato su di sé». Come si vede, nel fascino esercitato da von Stuck sul suo tempo, ha contato il carattere «latino» o «italico» della sua bellezza. Il tratto della classicità greco-latina è poi uno di quelli che egli sottolinea ed amplifica nello stile estetico, culturale e di vita di Monaco, rispetto a quello più rigido proposto dalla capitale dell’Impero: Berlino.
La sua ricerca su «Lui» e «Lei» prosegue, oltre che nella pittura, nella grafica e nella fotografia, dove riprende spesso se stesso (anche nudo), e la sua bella moglie americana. In tutte queste diverse rappresentazioni di sé trasmette gioia, movimento, e sicurezza; sia che provi lo slancio di Oreste nel difendersi dalle Furie, sia che si travesta da Salomè. «Principe dei pittori», come fu definito, ma anche fotografo, attore, comunicatore. Nella modernità già esausta e malata, von Stuck anticipa il postmoderno.