Frascati rende omaggio all’eclettismo di Notargiacomo

«È sempre stato così: pensavo un quadro e lo consideravo fatto. Il resto era lavoro. A me è venuto naturale correre veloce». Così dice di sé Gianfranco Notargiacomo, nato nel 1945, uno degli artisti romani contemporanei di maggior spicco, che ha scelto come sua icona una sorta di saetta, simbolo di energia e velocità. La mostra antologica «Sintetico. Notargiacomo. Opere dal 1971 al 2007», ospitata fino al primo luglio nelle Scuderie Aldobrandini a Frascati, permette di sintetizzare il suo percorso artistico nell’arco di oltre 35 anni. Al 1969 risale, in effetti, la sua prima performance alla galleria Arco d’Alibert. Seguono numerose mostre che segnano, in anticipo sui tempi, l’evolversi della ricerca verso il ritorno alla pittura. A partire dal 1979 il suo linguaggio assume quella definitiva inclinazione verso l’astrazione d’impeto e di gesto, che lo contraddistingue e che lo vede tra i protagonisti della post-astrazione.
Ad accogliere i visitatori ci sono degli omini, realizzati in plastilina, che rappresentano l’artista. Sono stati realizzati nel 1978, ma già nel 1971 nella galleria La Tartaruga erano stati esposti circa 200 omini senza volto a simboleggiare l’uomo tipo, dei quali sono in mostra alcuni esemplari. L’effetto innovativo doveva essere estraniante. Si trattava della sua prima personale, il cui titolo «Le nostre divergenze» stava a indicare «il pensiero originale di ogni singolo individuo». Al 1974 risale il ritratto di Wittgenstein, che faceva parte di un’altra mostra storica dal titolo «Storia privata della filosofia»: una serie di grandi filosofi dipinti con ampie campiture di smalto dai toni tenui.
«Takète o della scultura» è la mostra rivelazione del 1979. La parola, priva di senso, rimanda però al greco tachys che vuol dire velocità, e di questa infatti evoca l’idea. Takète è anche sintesi delle forme acuminate e geometriche delle astrazioni futuristiche di Balla, che diventa scultura da parete in materiale metallico e tagliente. È dipinta di grigio, azzurro, nero con quella stesura immediata che Maurizio Calvesi definisce «alla romanella», rintracciando rapporti con la pennellata romana di Mafai, Turcato, Festa, Schifano, ma anche con gli affreschi della Domus Aurea. «Takète» è allo stesso tempo una pittura in movimento piena di energia. Lo vediamo nelle diverse versioni dei Takète-sculture e sulle tele del ciclo «Tempesta e assalto», risalenti al 1980. Seguono negli anni Novanta una serie di dipinti di grandi dimensioni che vedono la riaffermazione del colore, come nelle tele esposte alla Quadriennale del ’99.