Friedman, la lezione di un liberale del XXI secolo

di Antonio Martino*

Milton Friedman è stato il più grande economista del XX secolo e il più grande studioso di problemi monetari di tutti i tempi. A dirlo non sono soltanto io, suo allievo e amico per quaranta anni, ma anche moltissimi studiosi di scienze economiche delle più disparate tendenze. L’ho incontrato la prima volta nel 1966 quando studiavo economia all’università di Chicago e andai a presentarmi. L’ho sentito l’ultima volta il 31 luglio 2006 quando gli telefonai per fargli gli auguri di compleanno e lui, che sapeva che le elezioni avevano portato Prodi e i sinistri al governo, mi accolse con queste parole: «Antonio, you are out of business»! Due settimane dopo ci ha lasciato.
Mi chiedo spesso quale sarebbe il suo parere sugli avvenimenti del nostro tempo e giungo invariabilmente alla conclusione che ci avrebbe stupito, sostenendo una tesi apparentemente scontata alla quale, tuttavia, nessuno aveva pensato. Il suo pensiero continua a essere di grande attualità. Limitandomi ad alcune sue tesi di politica economica, ricorderei l’importanza della stabilità monetaria - solo se il metro (la moneta) rimane stabile, il calcolo economico può essere razionale e i mercati funzionare - e le sue tesi in materia di politica tributaria e quelle concernenti l’importanza del tasso di cambio.
Quanto alla politica monetaria, quanti accusano Friedman di sostenere che «solo» la moneta ha importanza fraintendono il suo pensiero in modo clamoroso. Friedman ha sempre detto che la moneta ha importanza ma che la sua manipolazione per scopi di politica economica produce risultati spesso contrari alle intenzioni. Per dirla brutalmente, la sua tesi era che la moneta più che onnipotente fosse impotente a curare i problemi reali dell’economia. Con la politica monetaria non si può creare occupazione né aumentare la produzione, si può porre soltanto l’obiettivo di consentire il funzionamento del mercato garantendo la stabilità dei prezzi.
In materia di tasse, Friedman ci ricorda anzitutto che servono a finanziare le spese pubbliche giustificate, non certo a punire il successo e indennizzare il fallimento. È stato, credo, il primo in tempi recenti a sostenere l’opportunità di adottare un’aliquota unica (flat tax), che garantirebbe un aumento di gettito anche per via dello stimolo fornito all’investimento e alla produzione.
In materia di bilancio, ha appoggiato il movimento favorevole all’introduzione di un emendamento costituzionale che imponesse un tetto al prelievo fiscale e l’obbligo del pareggio del bilancio su base annua. Se adottato, tale emendamento imporrebbe implicitamente anche un tetto alla spesa pubblica. Se il tetto al prelievo fiscale fosse, diciamo, del 25% del reddito nazionale e il governo avesse l’obbligo di pareggiare il bilancio, le spese non potrebbero eccedere il 25%.
Veniamo così alla tesi sul cambio, molto rilevante in questi giorni. Friedman è stato il primo ad auspicare che le banche centrali rinunziassero a mantenere il tasso di cambio a un livello predeterminato. Secondo lui, molto meglio che l’aggiustamento degli squilibri della bilancia dei pagamenti sia effettuato da una variazione di un solo prezzo, il tasso di cambio appunto, che non dalla variazione di tutti i prezzi e redditi interni. Molto meglio una svalutazione di una recessione; meglio che sia il cane a muovere la coda che non la coda il cane!
La Grecia di oggi, utilizzando l’euro, non può fare ricorso alla svalutazione e sta tentando di fare l’aggiustamento attraverso la riduzione di prezzi e redditi interni, con le proteste diffuse di quanti vedono ridotti i propri redditi. Se avesse usato la dracma, avrebbe potuto svalutare, cioè ridurre un solo prezzo (il cambio) anziché tutti i prezzi e redditi interni.
Il 31 luglio dell’anno prossimo avrebbe compiuto cento anni e, per distinguersi dai liberals americani che sono statalisti di sinistra, si definiva un liberale del XIX secolo, un liberale classico. Sembrerebbe, quindi un economista del passato, non certo del presente. La modernità del suo pensiero, invece, ci induce a una conclusione molto diversa: Friedman non è stato un liberale del XIX o del XX secolo, a buon diritto egli appartiene a questo secolo.
*economista e parlamentare Pdl