Il fronte del No a tutti i costi mette in crisi Rifondazione

Il binomio di Bertinotti, grisaglia ed eskimo, è sbiadito nel gossip. E un po’ a torto perché in esso riappare una variante di quella doppiezza, o ambiguità, propria di chi vive nelle istituzioni praticando una cultura rivoluzionaria. Il concetto, nel leader di Rifondazione, non è nuovo essendo stato al centro, per esempio, dell’ultimo congresso di Rifondazione, a Venezia nell’autunno 2005. In esso Bertinotti chiarì il significato della svolta verso il partito di governo, una scelta che è stata alla base della formazione del nuovo Ulivo rispetto alla versione del 1996, quella della desistenza di Rifondazione, che dette i suoi frutti amari due anni dopo con la sostituzione a Palazzo Chigi di Prodi con D’Alema.
Bertinotti spiegò, nel congresso di Venezia, che non esiste contraddizione fra l’ingresso a pieno titolo nelle istituzioni, e nel governo, e l’ambizione di rappresentare quello egli definì come la più importante novità degli ultimi anni, o addirittura degli ultimi decenni, e cioè il movimento, o i movimenti, che premono alle porte della società, giovani, disoccupati o precari, donne, immigrati, soprattutto no-global nel campo della politica estera, autori di alcune manifestazioni clamorose a livello internazionale contro le riunioni del G8, da Seattle a Genova.
Ancorché audace, e non privo di rischi, il disegno di Bertinotti, assieme all’opposizione di una parte non esigua nel partito che l’accusò di perseguire una stabilizzazione moderata della sinistra e dei movimenti, attirò su Rifondazione, e sul suo leader, l’attenzione di una parte dell’establishment. Si ricorderà che nel famoso articolo di Paolo Mieli nel quale si invitavano i lettori a votare per l’Unione il direttore del Corriere della Sera elencò Bertinotti accanto a Prodi, Fassino e Rutelli fra i garanti dell’alleanza. E la scelta di Prodi, subito dopo il voto di aprile in favore di Bertinotti alla presidenza della Camera è stata in realtà il sigillo istituzionale di una alleanza destinata a caratterizzare, come è stato fin qui, il governo. Va detto che il presidente della Camera si è sforzato di coprire con aplomb il suo incarico, pur con qualche goffaggine, come la sua partecipazione alla sfilata militare del 2 giugno esibendo il distintivo del pacifisti.
Tornando ai nostri giorni va notato che proprio il partito di Rifondazione, dopo il sì di Prodi all’ampliamento della base americana a Vicenza, e dopo la minaccia di rimettere in discussione la presenza militare in Irak in vista del voto parlamentare per il finanziamento delle missioni all’estero, è apparso in maggiori difficoltà rispetto alle posizioni più disinvolte, e chiaramente concorrenziali, del partito di Diliberto, e dei Verdi di Pecoraro Scanio.
Alcune delle incognite del futuro riguardano proprio la reazione della sinistra estrema nelle sue frange extra-parlamentari alla crisi aperta dopo la decisione per la base Usa di Vicenza, e dopo la riapertura della questione afghana. Si è messo in moto, in questi ultimi giorni, una sorta di «fronte dei no», No Vicenza, No Tav, No Mose, No Taranto inteso come no al rigassificatore in quella città. Per il 17 febbraio è in programma una manifestazione nazionale a Vicenza, altre potranno seguirne. Ed è un fatto che le polemiche e le agitazioni della sinistra estrema, rivolte in qualche caso contro il governo del quale pure è parte, hanno messo in moto una piazza dai caratteri estremisti divenuta difficile da governare. I movimenti dei No ostentano il loro rifiuto alla delega ai partiti, tutti, compresi quelli della sinistra radicale. Ed è un aspetto della situazione messa in moto dai fatti di Vicenza da tenere d’occhio, anche per i problemi di ordine pubblico che possono provocare.
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