La frontiera? E' il passato e il futuro dell'America

Un eccellente saggio di Simon Schama racconta come gli americani hanno visto il loro futuro nel corso dei secoli a partire dall'indipendenza fino all'elezione di Obama alla Casa Bianca

Il futuro dell'America ha qualcosa in comune con il passato dell'America. E, forzando la mano, si potrebbe dire anche con il presente dell'America. Questo qualcosa è radicato da sempre nella storia degli Stati Uniti e se ne è rivelato un motivo costante negli anni e nei secoli. Gli Usa da sempre, fin dagli anni in cui i padri fondatori ne costituirono il nucleo originario, ha fatto i conti con il mito e il mistero della frontiera. E questo qualcosa non si è estinto con il trascorrere del tempo. Non si è consumato nel cammino storico ma ha rappresentato quel qualcosa con cui l'America è stata costretta a confrontarsi dalla nascita. E forse anche da prima ancora.
Oggi i mille volti di questa frontiera sono il filo conduttore di un volume di raro e indiscutibile pregio («Il futuro dell'America», Mondadori, pp.440, 20 euro) che lo storico inglese Simon Schama ha regalato ai suoi lettori. L'intento di partenza è quello di tracciare una storia degli Stati uniti dai padri fondatori a Barack Obama, come recita il sottotitolo, ma chi si aspetta la solita scontata trattazione, stile elenco, di fatti e fatterelli avvenuti nel corso dei secoli resterà spiazzato, prima che deluso. Fatti e fatterelli per la verità ci sono, Schama è una miniera e mescola accadimenti personali a eventi di secoli lontani ma l'ordine cronologico propriamente inteso in versione «manuale scolastico» è da dimenticare.
L'ottica di Schama ha un ben più ampio respiro ed è appunto la frontiera la protagonista del saggio. Attraverso di lei, il suo mito, la sua rincorsa, la volontà di raggiungerla e, se possibile superarla, si costruisce la storia americana, non solo quella recente, ma anche quella più remota. Perché frontiera è un po' tutto e, proprio attraverso di essa l'America ha visto, previsto e talvolta subìto il suo futuro. La frontiera è quel confine spinto sempre un po' più in là, quella nazione destinata ad allargarsi sempre più, quella nazione che per diritto quasi divino avrebbe dovuto estendersi da un oceano all'altro. È la storia di una conquista che progressivamente ha aggiunto terreno a terreno fino ad arrivare là dove è sempre primavera, su quella California, mitica terra del sole, straordinaria frontiera del West che avrebbe rubato anche il cinema alla rutilante New York, grazie al suo clima, alla sua luce e alle sue temperature per sempre miti.
Ma la frontiera è anche quella della schiavitù: un sud oppressore e un nord liberista. Storia di una guerra in nome dei diritti civili che nel tempo si sarebbe trasformata in un'altra frontiera, simile ma non uguale e forse soltanto oggi definitivamente sconfitta: quella tra bianchi e neri. Probabilmente il solo Obama, primo uomo di colore ad abitare la Casa Bianca, è il simbolo di questa frontiera che l'America stavolta ha finalmente raggiunto e superato. Una vittoria conquistata con fatica e determinazione.
La frontiera è anche la multiconfessionalità e la frontiera nella frontiera è l'assalto, o meglio la guerra, contro l'Islam. La nazione che nacque all'insegna della tolleranza religiosa, dei mille culti (cristiani, protestanti, ebrei, musulmani, buddisti, per non parlare di chiese spontanee come mormoni, scientology e quant'altro), in parte importati dal vecchio continente, oggi è in lotta contro un terrorismo che ha una matrice confessionale ben precisa.
E frontiera è ancora la questione dei nativi, che incombe come un incubo su quell'Ottocento costituito da pietre miliari dalle quali sgorgano ancora oggi lacrime di dolore. E frontiera è ancora la metamorfosi dell'uomo jeffersoniano, la conquista della libertà. Di ogni libertà: quella di guardare negli occhi un altro uomo e riconoscere in lui l'orgoglio americano ma anche la consapevolezza di apprezzarlo nonostante un colore diverso della pelle, una confessione diversa, una provenienza diversa ma un'unica aspirazione: costruire una società che si fonda sul rispetto reciproco e profondo. «E pluribus unum», insomma; come era scritto alla Convenzione di Filadelfia e come sembra essere ancora ai giorni nostri. Perché come scrisse Jefferson, grazie alla storia gli uomini impareranno a comprendere il passato e forse anche ad interpretare meglio il futuro.