Fu talmente precoce da morire postumo

Sporco e pidocchioso, a ventun anni era già diventato un artista immortale. Deluso da un amore infernale, si dedicò di buona lena al commercio di armi e schiavi...

Fu così precoce che chiunque sia stato precoce dopo di lui appare tardivo. A 21 anni, il Nostro aveva già prodotto tutto quello per cui è ricordato. Anche la decisione cui deve il mito: l’improvviso cambio di vita, per motivi rimasti misteriosi.
Lasciò scritto: «Ora posso dirlo, l’arte è una stupidaggine» e abbandonò Parigi. Si arruolò nell’esercito olandese al solo scopo di raggiungere Giava e appena arrivato disertò. Poi, si stabilì definitivamente in Abissinia. Aveva 26 anni. Nei dieci che gli restavano da vivere, fece il trafficante di armi e la tratta degli schiavi, confermandosi il poco di buono che era stato in precedenza.
All’inverso, desiderò intensamente avere moglie e figli, con un rovesciamento totale rispetto passato. Trentenne, scrisse da Harrar alla madre nella sua città natale sulle Ardenne: «Sarebbe possibile sposarmi a casa tua la prossima primavera?». Ma era un auspicio senza basi concrete. Infatti, aggiungeva subito dopo: «Credi che troverò una donna disposta a tornare qui con me?». A 33 anni, fece invece sapere: «Ho i capelli completamente grigi e la sensazione che la mia vita si avvicini alla fine...». La madre non sapeva cosa pensare di lui, né riusciva a capire il suo profondo cambiamento.
Fin da ragazzo, il Nostro era stato un tipo bizzarro. Superdotato, applicava il talento a cose sostanzialmente inutili. Come l’apprendimento di lingue che non gli sarebbero mai servite, il tedesco, l’arabo, l’indostano, il russo. Quando la madre si rifiutò di comprargli un piano, decise di studiarlo a modo suo. Con un coltello incise una tastiera sul tavolo e passò mesi a esercitarsi sui tasti disegnati. Poi, appena ebbe l’occasione di sedere a un vero strumento lo suonò alla perfezione.
A scuola era bravo. Verseggiava con naturalezza sia in latino che in francese. Ma si ribellò però presto alla famiglia, alle convenzioni e alla religione. Odiava Napoleone III e si entusiasmò per la sanguinaria rivoluzione della Comune. Fu preso dalla smania di andare a Parigi e lasciarsi alle spalle la provincia in cui viveva. Salì sul treno, ma fu fermato senza biglietto e ricondotto a casa. Spedì allora alcune sue poesie a un grande poeta innovatore. Costui, di dieci anni più vecchio, ne rimase impressionato e lo invitò a trascorrere qualche tempo nella sua abitazione parigina. Fu, per il poeta, il peggiore affare della sua vita. Poteva immaginare che il giovanotto fosse un rozzo provinciale. Non però il bruto che gli si ficcò in casa.
Il Nostro si presentò senza nulla, neppure lo spazzolino per i denti. Indossava per settimane gli stessi vestiti e emanava perciò un odore tremendo. Riempiva di pidocchi i letti in cui dormiva, beveva di continuo assenzio, insultava il prossimo. Tuttavia, il grande poeta, nonostante fosse sposato con una diciassettenne e avesse appena avuto un figlio, si invaghì dell’amasio ventenne. Cominciò a portarselo in giro, collezionando brutte figure. Nelle serate letterarie, mentre i letterati leggevano le loro composizioni, il Nostro sottolineava ogni verso esclamando: «Merda!». Una volta che un verseggiatore, per fare amicizia, gli offrì un suo manoscritto, l’infame sputò sulle carte amorosamente ordinate che l’altro gli porgeva.
La relazione tra il giovane e il poeta maturo, prese una piega folle. L’adulto divenne insopportabile in famiglia, giungendo a dare quasi fuoco alla moglie. Cominciarono poi a viaggiare insieme, col ragazzo che lo insultava e si divertiva a incidergli il palmo della mano con un coltello a serramanico. Furono entrambi inghiottiti in una spirale di eccessi. Finché, un giorno che si trovavano a Bruxelles, il poeta sparò tre colpi di revolver al suo ganimede. Due andarono a vuoto, uno lo ferì al polso. Lo sparatore fu condannato a un paio d’anni di lavori forzati e tra i due amanti la storia finì.
La relazione era durata un anno. Una stagione d’inferno che fu però per il Nostro la più feconda della sua vita. Produsse in quell’arco di tempo quanto è bastato a dargli l’immortalità. Poi si rinchiuse nel silenzio e subentrò la metamorfosi che lo condusse in Africa.
A 36 anni, gli si infiammò un ginocchio per un carcinoma. Il Nostro si trascinò nel deserto e si imbarcò per Marsiglia. In ospedale, gli fu amputata la gamba ma senza riuscire a debellare la malattia. Mentre aspettava la fine, andò a trovarlo un ammiratore che, per distrarlo, gli parlò della sua poesia. «Merda alla poesia!», esclamò l’infermo allo stremo. Poi, si girò sul fianco e morì.
Chi era?