"Fuga di cervelli? Noi stiamo bene qui"

Il libro di un docente emigrato a Oxford accusa: in Italia non si può
lavorare bene. Ma molti professori continuano ad apprezzare il nostro "sistema" universitario. Difendendo gerarchie, eccellenze e meriti

Universitari italiani in carriera, quanto rosicate per chi fugge all’estero? Magari ad Harvard, Princeton, Yale o Cambridge: gli «ultimi baluardi di aristocrazia intellettuale». È successo a Nicola Gardini, partito nel 2006 per un dorato esilio come docente di Letteratura italiana e comparata a Oxford, il quale racconta i motivi del suo espatrio ne I baroni (Feltrinelli, pagg. 204, euro 13), memoir di fustigazione, «casta e gomorra» di ogni dipartimento nostrano.
Ma la storia inizia zoppa: «All’inizio non volevo lavorare nell’università. Non lo desideravo». E nasconde nomi e cognomi. E per tre quarti si narra di Letteratura comparata a Palermo, uffici e atteggiamenti claustrofobici, disagio locale, atavico e di nicchia. E non c’è vera denuncia, mai, contro personaggi macchiettistici e sopraffatori come «Carmelo Corona», che prima spinge e poi sabota il nostro come fosse una marionetta. Per tutto questo, insomma, finito il libro ci si ritrova con la gran voglia di capire.
«Conosco l’università da 35 anni» attacca Paolo Branca, docente di Lingua araba all’Università Cattolica di Milano. «I ricercatori scrivono libri firmati dai baroni, non si ribellano pena l’esclusione dai concorsi. Ho fatto il portaborse del mio professore per dieci anni». Eppure è rimasto: «Tornassi indietro non emigrerei. Ma ho avuto la fortuna di occuparmi di argomenti di attualità».

«È inevitabile che l’università sia organizzata in modo gerarchico e baronale. Lancerei una provocazione: ciò è addirittura giusto!», ci spiega Alessandro Barbero, saggista e docente di Storia Medievale all’Università del Piemonte Orientale. «Se nel nostro Paese si pretendesse da un idraulico che scegliesse un apprendista in liste di collocamento grideremmo allo scandalo. Non si capisce perché un laboratorio di ricerca debba accettare chi non conosce. Diverso è se a essere scelto è un parente o un amico del barone senza alcuna qualità scientifica».

Sarà, ma è vero che nelle università straniere questa stortura non interviene mai? «Nei Paesi anglosassoni esistono alcune università prestigiose così organizzate: docenti strapagati, immense quantità di denaro da spendere, rette altissime» prosegue Barbero. «C’è tutto l’agio di invitare i migliori del mondo invece della nuora del rettore. Però, sempre lì, ci sono una serie di università di secondo livello, direi quasi tutte le altre, che sono poco più di scuole superiori. Mentre in Italia abbiamo sempre provato, coi pochi soldi che abbiamo, di mantenere tutte le università ad un livello mediamente buono».

«Una modesta proposta? Basta con le microsedi» assicura Giorgio Israel, docente di Matematica a Roma 1. «E basta con i superpunteggi assegnati alle pubblicazioni fatte all’estero, che a volte sono persino autoprodotte».

«Carriera universitaria in Italia? È assolutamente possibile» afferma Salvatore Vicari, direttore del Dipartimento di Management della Bocconi di Milano, oltre che cofondatore di una tra le prime società italiane di consulenza manageriale. «Ci sono alcune aree disciplinari più inquinate di altre, ma il problema si risolve dando risorse solo alle università migliori. Le lobby all’estero sono solo diverse: gruppi che controllano le riviste e favoriscono alcune pubblicazioni su altre, che poi è il sistema per fare carriera».

Abbiamo sentito anche un accademico che conosce molto bene la «vicenda Gardini», il professor Giovanni Puglisi, rettore dello Iulm di Milano e vicepresidente della Conferenza dei rettori delle Università Italiane: «Ho grande stima di Nicola Gardini e delle sue doti di studioso. Sono io l’artefice del suo ingresso all’Università di Palermo, ero in quegli anni il professore della materia di cui divenne assistente. Però lui è uno che nell’università è entrato come outsider. In alcune realtà esiste una pressione forte che favorisce le cosiddette filiere di scuola, preferendole a criteri di valutazione indipendente. Tuttavia sono stupefatto del tiro al piccione sulle università: se scorriamo gli elenchi dei dipendenti di giornali, tv, ambasciate, avvocati e notai, banche, magistratura scopriamo enormi quantità di figli di padri illustri. Dire che solo nell’università c’è Parentopoli equivale a sparare sulla Croce Rossa. A un giovane consiglierei di restare. Non siamo tutti mafiosi e all’estero non è tutto perfetto: illustri colleghi statunitensi premono sulle università per far entrare le proprie signore, ma là c’è un libero mercato accademico».

«I baroni non esistono più, nelle facoltà umanistiche. Li ha spazzati via la giungla di corsi dell’università professionalizzante, che ha cancellato la compattezza delle materie di tradizione accademica. Produzione cinetelevisiva le sembra un corso universitario?» provoca Cesare De Michelis, presidente della Marsilio e docente di Letteratura italiana a Padova. «La deriva è stata introdotta dalla riforma Berlinguer-De Mauro con la complicità di Eco e Schiavone. Se i corsi di laurea delle facoltà umanistiche passano da uno specialismo dove la numismatica è fondamentale a genericità da Bignami, è ovvio che poi l’unica cosa che resta da difendere è la fidanzata. L’estero?

L’Italia forma studiosi che il mondo ci invidia e infatti se li piglia. Insegnavamo italianistica negli Stati Uniti già negli anni ’40. Ma oggi la quantità di sprechi è immensa. La carriera? Prima ci vuole passione, poi lo stipendio. I miei coetanei hanno insegnato nella scuola media prima di entrare in università. Ma se riesci a infilarti dentro questo complicato sistema, poi è bellissimo».