Fuga dall’immobilità nel cielo della poesia

Quella di Pierluigi Cappello, nato a Gemona del Friuli nel 1967, originario di Chiusaforte (dove ha trascorso la fanciullezza) e ora residente a Tricesimo nei pressi di Udine, è la storia di un ragazzo della provincia italiana che, a un certo punto della sua vita, scopre di avere un talento. Quello della scrittura. Non di una scrittura qualunque, bensì della più densa e difficile: la poesia. Quasi che il destino, mentre da una parte toglieva (in un incidente in moto perdeva l’uso delle gambe), dall’altra donava.
Ora di Pierluigi Cappello esce Assetto di volo (Crocetti editore), libro che raccoglie, sostanzialmente senza modifiche, i suoi titoli precedenti: La misura dell’erba (I.M. Gallino, 1998); Amôrs (Campanotto, 1999), Dentro Gerico (La barca di Babele, Circolo Culturale di Meduno, 2002); Dittico (Liboà editore in Dogliani, 2004). Proprio con Dittico, che comprende liriche inedite in friulano e in italiano, Pierluigi Cappello ha vinto il premio Montale 2004.
La poesia di Cappello, che alterna sapientemente la produzione in italiano con quella nella lingua madre friulana, è attraversata, fin dal titolo del recente libro Assetto di volo, da una tensione tragica verso un oltre impossibile, la ricerca utopica di un equilibrio su un nuovo livello (l’assetto di volo, appunto), la consapevolezza di un esilio, di una prigionia, e il desiderio di andare, di una primavera, che in friulano è la viarte, cioè l’apertura. E viarte - annota Cappello - è anche «la contrazione di due termini apparentemente opposti come vita e morte, a svelare che la primavera è il simbolo della nostra (di noi uomini) condizione paradossale di esposizione continua alla germinazione e alla caduta» («April is the cruellest month», scriveva T.S. Eliot e «aprile» ricorre spesso nella poesia di Cappello).
Ecco, a voler chiudere una poetica nella sintesi impossibile di queste poche righe potremmo dire che è questo il tratto distintivo della scrittura di Pierluigi Cappello. All’interno di una versificazione tutto sommato tradizionale, ancorché venata talvolta da una sottile ironia (specie in Dentro Gerico), che consapevolmente rifugge i sabotaggi alla letteratura delle avanguardie e che invece si affida spesso alle rime, a una consequenzialità chiara.
Lei scrive che, nei libri, «cercando troverete». In un altro testo però dice anche che le parole sono cieche. Che cosa cerca lei nella letteratura, che pure è tragicamente incapace di rivelazione?
«La ricerca non è finalizzata, ma ha senso in sé. Come nell’esistenza di un uomo abbiamo un punto di nascita A e un punto di morte B che sono le due date separate da un trattino. A me interessa il trattino, cioè la linea di tensione che si sviluppa tra nascita e morte che è simile alla linea di tensione che si sviluppa quando si accostano due parole di ambiti semantici completamente differenti che insieme costituiscono una metafora. L’importante non è la metafora in sé ma la tensione che la metafora sviluppa. Quella tensione è la vita. Eppure c’è qualcosa sempre che rimane al di là di queste parole che si concentrano sulla vita. Ecco perché in Dentro Gerico scrivo che le parole non vedono. Le parole non vedono mai abbastanza. Le utilizziamo per percepire qualcosa che sta al di fuori di noi. C’è come una tensione a valicare i confini della nostra pelle. Il paradosso è che le parole, in realtà, allontanano quella forma di inespresso che sta al di fuori di noi».
La sua è una poesia colta, alta, non immune da citazioni e reminiscenze latine. Anche quando viene usata la lingua madre, il friulano, apparentemente semplice, eppure così ricco di sfumature. In tutto ciò come si colloca la presenza ingombrante della natura con la pioggia, il vento, il calabrone? Natura e cultura fanno a pugni di solito...
«Già, il calabrone rappresenta proprio un fastidio, un disturbo, perché entra e sovverte un ordine, modifica uno stato di equilibrio: “C’è un’ansietà d’attesa nella stanza:/ il calabrone è un acino di rabbia./ Ha descritto da parete a parete/ spigoli d’aria. Ha cabrato e picchiato./ Sfiorato sul tavolo frontespizi/ e costole, cime di suppellettili/ le rime di me trascritte sui fogli./ Ho spalancato tutte le finestre, abbandonati i fogli. Fuori il sole/ è fiorito sui rami, sorridente/ fra me che scrivo e la parola niente”. Quando invece guardo alla natura come a un idillio, in realtà sto assecondando una disposizione ironica».
Quando e perché usa il friulano?
«Uso il friulano, che io considero una lingua alla stregua dell’italiano, quando l’italiano non ci arriva. L’italiano, per ragioni storiche, si presta più del friulano a dare conto di fenomeni connessi alla tecnologia e alla contemporaneità. Ci sono invece altre cose che vengono meglio in friulano. Quando parlo di amore lo faccio sempre in friulano: “Dare carne all’amore” è un’espressione che solo il friulano sa rendere così bene. Il friulano non è antagonista all’italiano ma mi consente di pronunciare in maniera più estesa il mio io. È un segmento importante della mia esistenza e le zone in ombra che non vengono chiarite dall’italiano lo sono dal friulano e viceversa. Contemporaneamente questo bilinguismo è lacerante».
Si tratta di un recupero archeologico per scelta o di una necessità?
«Sono cresciuto in un paese dell’alta provincia di Udine, a Chiusaforte, dove tutti parlano il friulano. Qui a Tricesimo si parla poco ma la mia infanzia mi ha fatto acquisire, per osmosi, una certa dimestichezza con la lingua d’origine. Diciamo che ho un rapporto di maggiore naturalezza di quanto non l’abbiano coloro che l’hanno perduta, come succede in altre aree d’Italia. Eppure tendo sempre a lavorare sui testi poetici in friulano in maniera acerrima, per renderlo lingua alta. Ho l’approccio che avrebbe potuto avere un poeta del Duecento con il volgare. Il friulano è, tutto sommato, una lingua alla sua alba immersa in un crepuscolo. E questo la fa essere luminosa. C’è la consapevolezza del crepuscolo e sei dentro un’alba. È come fare un salto nel tempo perché le modalità di invenzione, di sistemazione dei neologismi sono analoghe a quelle che poteva avere un poeta del 1200. Solo che siamo in una civiltà e in un tempo nel quale si assiste a una crisi ampia, sostanziale, dei dialetti. E questa consapevolezza ulteriore è l’occasione che permette di fare poesia».
Viene in mente Pasolini...
«Pasolini ha reso possibile scrivere poesia altissima in dialtetto. La figura del Donzel in Pasolini è il contadino friulano che era vivo, reale, e che lui ha reso simbolico in Donzel. In me il Donzel è un simbolo letterario puro. È quasi l’altra faccia di me, quasi l’unico uditore possibile. Sorta di simbolo letterario al quadrato».