Fuga per la vittoria dello spirito orientale

Vittima di genitori ottusi, scappò dal seminario, da un pastore pietista e dal lavoro di libraio Il suo animo inquieto trovò la pace solo con la scrittura

Scorgendo l’adolescente che vagava in un tratto selvatico di campagna, il cacciatore capì che qualcosa non andava. Si fece incontro al ragazzo e gli chiese che ci facesse lì. «Sono fuggito ieri dal seminario di Maulbronn e non so più dove mi trovo», rispose con franchezza il tredicenne. L’uomo sorrise e riportò il seminarista in convento. I religiosi, sapendo quanto l’alunno fosse un tipo difficile, decisero di avvertire la famiglia e di punirlo intanto blandamente. Gli furono comminate solo otto ore di cella per aver abbandonato l’istituto senza permesso.
I genitori furono invece profondamente colpiti per l’ennesima prova di ostinazione del rampollo. Ma loro erano ottusi, quanto il figlio ribelle. Johannes, il padre, era un missionario con alle spalle un lungo soggiorno in India. La madre, Maria Gundert, nata in India, era una luterana tutta di un pezzo. Entrambi avevano il ticchio di orientare la vita dei quattro figli, prescindendo dalle loro vocazioni. I ragazzi, che avevano tutti inclinazioni artistiche, erano stati avviati chi al mestiere di farmacista, chi agli affari, chi agli studi filologici (e uno di loro si suicidò anni dopo). Al Nostro sarebbe invece toccata la carriera missionaria di famiglia.
«O farò il poeta o non voglio diventare altro», aveva avvertito con rabbia il fanciullo prima di essere spedito a Maulbronn. Non c’era dunque da meravigliarsi che, dopo aver resistito sette mesi, avesse voluto mandare un segnale con la breve fuga. L’unico a non farne un dramma, fu il nonno materno. «È il viaggetto di un genio», commentò. Ma Hermann Gundert era un tipo superiore. Anche lui a lungo missionario in India, è oggi considerato il maggior indologo tedesco. Predicava in hindustani, malese, bengali. Conosceva kannada, telegu, temili e un’altra dozzina di dialetti del subcontinente. È l’autore di un Dizionario indiano-inglese-malese tutt’ora in uso. «Parlava sanscrito coi bramini indiani» racconterà il Nostro che, quando poté finalmente seguire la propria vocazione, scriverà libri intrisi di spiritualità orientale avidamente letti dai «figli dei fiori» degli anni ’70 del secolo scorso.
In seguito alla fuga, i genitori decisero di ritirare il figlio dal collegio, con sollievo degli insegnanti. Ma, non avendo capito nulla, lo mandarono a convitto da un pastore pietista che doveva «liberarlo da diavolo». Nel giugno del 1892, a 15 anni, il ragazzo tentò il suicidio con un colpo di rivoltella. Ma l’arma si inceppò. Fu allora rinchiuso in una clinica per malati mentali, non lontano dalla città di Calw, nella Foresta nera, dove il ragazzo era nato e risiedeva la famiglia. Furono mesi di intense trattative epistolari tra i genitori e il ricoverato sul suo avvenire. «Rinunceremo al seminario e ti lasceremo studiare in un comune ginnasio se darai prova di autocontrollo e obbedienza», prometteva il padre. Ma il figlio, che non sopportava condizioni, replicò: «Gentile Signore! Poiché si mostra così pronto al sacrificio, mi è concesso chiederLe sette marchi, ovvero un revolver. Dopo che Lei mi ha indotto alla disperazione, sarà sicuramente pronto a liberare me da questa e Lei da me stesso. In realtà, avrei dovuto crepare già in giugno».
Per farla breve, fu lasciato libero di studiare come voleva. Ma non completò il ginnasio. Cominciò un apprendistato come libraio, ma dopo tre giorni fuggì. Il padre lo ritrovò per le strade di Stoccarda. Fu rimesso in clinica. Ne uscì e per quindici mesi fu praticante in una fabbrica di orologi per torri e campanili. Poi, per tre anni, si impiegò come librario a Calw. A vent’anni si trasferì a Basilea, divenne cittadino svizzero e cominciò a pubblicare i primi libri. Fece un viaggio di tre mesi in India. Si stabilì sul lago di Costanza e allo scoppio della guerra nel 1914 si presentò volontario nell’esercito germanico. Respinto, gli fu affidato il compito di occuparsi dei prigionieri tedeschi. Girò l’Europa per distrarli con la lettura delle sue opere.
Ebbe tre mogli. La prima, Maria Bernouilli, gli dette due figli. Poi, si ammalò di schizofrenia e fu rinchiusa in manicomio. Il Nostro cadde in depressione, divorziò, affidò i figli ad amici e si trasferì in Ticino. Qui trascorse il resto della vita in una villa che un ammiratore aveva fatto costruire per lui. La seconda moglie, svizzera come la prima, chiese il divorzio dopo tre anni. La terza, Ninon Dolbin Auslaender, ebrea austriaca, gli fu accanto fino alla morte che lo colse a 85 anni, non prima che gli fosse assegnato il Nobel per la letteratura.
Chi era?