FUKUYAMA Le armi «leggere» dello scetticismo

In «America al bivio» il politologo Usa critica il realismo dell’amministrazione Bush ma anche l’internazionalismo utopico dei «liberal»

Che una delle cifre di fondo del conservatorismo sia lo scetticismo, mi pare innegabile. Scetticismo in quanto sfiducia nel potere della ragione e dell’azione umane, ossia convinzione che la realtà sia troppo «spessa» - complicata, imprevedibile, incontrollabile - perché si possa davvero sperare di cambiarla. O, peggio ancora, perché qualunque tentativo di renderla migliore non implichi il rischio grave, quando non la certezza, di peggiorarla ulteriormente. Il conservatore insomma è soprattutto un realista: abituato a prendere il mondo così come viene, convinto di doverlo cambiare soltanto davanti alle emergenze più serie, e perfino in quei casi con immensa cautela. Malgrado ciò, il conservatore è anche un moralista. Rifiuta di pensare che il mondo dell’etica sia una notte in cui tutte le vacche sono nere. Ritiene che il giusto e l’ingiusto esistano e siano chiaramente distinguibili, così come lo sono il vero e il falso. Crede insomma nei Valori, quelli con l’iniziale maiuscola: crede nella loro esistenza, è convinto che vadano difesi, contro di essi misura disvalori che condanna e combatte.
Questi due aspetti del conservatorismo, com’è evidente, tirano in due direzioni differenti. Il primo è un programma di stasi e tolleranza; il secondo di fede e d’azione. Possono essere riconciliati, e storicamente lo sono stati spesso, se si presume che valori e realtà coincidano, e che quelli vadano perciò salvaguardati con un’azione di resistenza compiuta nel nome di questa. L’opposizione scettica a ogni tentativo di cambiare la realtà diviene in quei casi difesa dei principi tradizionali che dal mutamento avrebbero a soffrire. Che cosa succede, però, quando la realtà e i valori non coincidono? Che cosa succede quando un conservatore convinto della bontà dei propri principî si confronta con una società «altra» nella quale quei principî non sono condivisi, e che anzi per tradizione ne sottoscrive di diversi e in parte incompatibili?
In quei casi il suo scetticismo e il suo fideismo non possono che collidere. Esattamente com’è accaduto nella recente guerra in Irak. Con un’operazione quanto mai volontaristica, ossia fondata sulla fiducia nell’azione umana, un governo conservatore ha tentato di esportare i propri valori, nei quali crede fermamente, in un Paese di tradizione aliena. Fra lo scetticismo e il fideismo, George W. Bush ha senz’altro scelto il secondo a discapito del primo.
Col suo ultimo libro, America al bivio. La democrazia, il potere e l’eredità dei neoconservatori (Lindau, pagg. 215, euro 18) Francis Fukuyama prova a riportare, nella tradizione conservatrice, un po’ di equilibrio. Contestando in primo luogo che i «falchi» dell’amministrazione Bush siano davvero dei neoconservatori, come spesso si sostiene. O, quanto meno, che la loro sia l’unica forma possibile di neoconservatorismo. Quella tradizione infatti, secondo Fukuyama - che dedica una parte consistente del libro proprio a ricostruirne gli elementi e i percorsi -, è tutt’altro che monolitica. E non solo: poiché lo scetticismo ne rappresenta un elemento essenziale, in linea di principio un neoconservatore si sarebbe mostrato assai meno ottimista di quanto non sia stata l’amministrazione Bush sulla possibilità di esportare la democrazia, tanto più con una guerra.
Non manca d’altra parte, alla radice della tradizione neoconservatrice, la persuasione che i regimi contino: ovvero che gli Stati non siano «opachi», e che non sia perciò possibile fare politica estera senza tener conto di quello che accade all’interno dei Paesi con i quali si tratta. È proprio questa convinzione a distinguere il neoconservatorismo dal realismo tradizionale alla Henry Kissinger. E Fukuyama non la rinnega affatto: l’esportazione della democrazia e della libertà, la diffusione nel mondo di regimi umani e civili, la promozione della stabilità e la lotta alle dittature sono obiettivi essenziali dai quali non si può prescindere. Solo, per quanto possa facilitare il conseguimento di quegli obiettivi, la costruzione forzata di istituzioni liberaldemocratiche assai di rado, da sola, può bastare. Perché un regime non è solo istituzioni: è cultura, tradizione, valori, prassi. È storia. E se un regime è anche (forse soprattutto) storia, allora soltanto in casi eccezionali si può pensare di impiantarlo con una guerra. Di norma, bisognerà cercare strumenti meno «giacobini»: meno irruenti, violenti, volontaristi. Meno ottimisti, in fondo, nel potere degli uomini di cambiare il mondo.
L’insieme di questi strumenti concorre a formare quello che Fukuyama chiama il «wilsonismo realistico»: una dottrina di politica estera distinta sia dal realismo tradizionale, per il quale si tratta con ogni Stato a prescindere dal suo regime interno, sia dall’internazionalismo utopico dei liberal, convinti al contrario che della politica di potenza si possa fare del tutto a meno, sia dall’isolazionismo, sia infine dall’ottimismo «neoconservatore» dell’amministrazione Bush. Una dottrina wilsoniana, e perciò persuasa che la politica estera americana debba avere finalità etiche, ovvero promuovere la democrazia e la libertà, e wilsoniana pure nella convinzione di dover condizionare gli altri Stati attraverso pressioni «morbide» - il soft power - e le istituzioni internazionali. Ma realista perché consapevole tanto dei limiti delle proprie facoltà, quanto della possibilità che le istituzioni internazionali siano usate per contenere magari, certo non per eliminare la politica di potenza. E realista, perché non incapace di ricorrere alla forza quando questa si riveli l’unica via davvero percorribile.
Considerate le condizioni non proprio idilliache nelle quali versa oggi l’Irak, il ragionamento di Fukuyama - che, si badi bene, critica i mezzi cui Bush ha fatto ricorso, ma ne condivide appieno i fini - non può certo essere liquidato con troppa fretta. Personalmente, non da oggi ritengo che la compresenza di fideismo e scetticismo da un lato, tradizionalismo e universalismo dall’altro, crei nel nuovo conservatorismo una contraddizione irrisolta o mal risolta. Una contraddizione che vale per Bush e anche per quanti in Italia ne hanno approvato le scelte di politica estera, sostenendo al contempo con vigore la necessità di valorizzare la tradizione occidentale, e il cristianesimo in particolare, quale fondamento irrinunciabile del liberalismo democratico. Tuttavia, non si può dimenticare che l’eccesso di scetticismo conservatore rischia di condurre alla paralisi e alla rassegnazione.
Lo stesso Fukuyama afferma del resto che esportare la democrazia con gli strumenti del soft power, gli incentivi e i disincentivi economici, le pressioni internazionali, la diplomazia culturale, è sì possibile, ma a patto che nel Paese cui tutto questo è applicato vi siano già forze democratizzanti alle quali agganciarsi. Ma se quelle forze invece non ci sono, o sono troppo labili, che cosa facciamo? Ci teniamo i Saddam e gli Ahmadinejad?
giovanni.orsina@libero.it