FUNGO ATOMICO L’icona della paura

Il fungo atomico è forse l’icona più terrificante in assoluto. Il simbolo potente di un’angoscia prettamente moderna: per la prima volta nella storia l’umanità intera è scossa dall’incubo della cancellazione definitiva. E, come si sa, i funghi tendono a proliferare nel sottobosco. Dopo Hiroshima e Nagasaki, le sue spore si sono diffuse ai quattro angoli del pianeta. Ordigni nucleari sono spuntati malgrado i tentativi di arginare il fenomeno, ed è realistico immaginare che presto saranno in molti a possedere l’atomica.
Di questa proliferazione, della sua reale portata, delle sue origini, dei suoi protagonisti, si occupa il nuovo libro di William Langewiesche: Il bazar atomico (Adelphi, pagg. 196, euro 18, traduzione di Matteo Codignola). L’ex pilota commerciale, oggi giornalista e scrittore, ne ha seguito le tracce con fiuto da segugio. Il suo resoconto è scritto con stile piacevole, a tratti ironico, ma sempre molto circostanziato e documentato, forse con qualche paginetta di riferimenti specialistici un po’ ardui, ma per fortuna non indispensabili.
Langewiesche dimostra ancora una volta tutto il suo talento. Malgrado l’argomento scottante, infatti, riesce a strappare dichiarazioni a persone coinvolte nei fatti a tutti i livelli. Funzionari ed ex funzionari governativi, dirigenti di industrie, scienziati, tecnici, operai. Memorabili le peripezie sul confine fra Turchia e Iran, dove non si lascia sviare dai ragazzini kurdi a dorso di mulo e arriva a parlare con i capi clan di quei territori.
Gli scenari del suo reportage sono prevalentemente gli Stati del cosiddetto «proletariato atomico», ossia quei Paesi che hanno avviato e in qualche caso portato a termine programmi di armamento: Pakistan, Corea del Nord, Iran, Libia, Brasile. Ma naturalmente non mancano i Paesi da cui quella tecnologia deve in qualche modo essere sottratta o comprata: ex Unione Sovietica, Germania, Francia, Olanda, Cina, India. Né si può prescindere da chi con vari mezzi e con diversi intenti sta più tenacemente di tutti contrastando tale proliferazione, gli Stati Uniti d’America.
Il volume è diviso in quattro parti. Si comincia con l’avvertimento che oggi i più interessati al nucleare per scopi militari sono gli Stati poveri, desiderosi di ottenere il massimo risultato con la minima spesa. Per esempio il Pakistan. «Rawalpindi, tanto per fare un nome. Da due decenni è la prima linea della nuova era nucleare - un agglomerato di due milioni di persone nelle pianure settentrionali del Punjab, i cui abitanti, pur essendo arrivati già due volte molto vicini all’olocausto, continuano a essere entusiasti delle loro bombe, grazie alle quali possono minacciare liberamente i vicini».
Si prosegue con una sorta di istruzioni per l’uso, ironicamente rivolte a terroristi desiderosi di fabbricarsi la loro bomba in cantina. Operazione che per fortuna non è così semplice come si potrebbe pensare. Lo dimostra una visita a Ozersk, una delle «città segrete» a Est degli Urali, tuttora siti di armamenti o depositi di uranio arricchito, plutonio e altre sostanze che dopo la fine della guerra fredda e il conseguente disarmo potrebbero rappresentare riserve appetibili per i terroristi. Per ostacolare seriamente il contrabbando di materiali atomici, l’autore propone provocatoriamente di stringere alleanze con i «signori dell’oppio», i veri «doganieri» sulla via della seta tra Afghanistan e Turchia, la più battuta dai due traffici.
Di estremo interesse, fra il tragico e il farsesco, la storia di Abdel Qadeer Khan, «il più importante proliferatore nucleare di tutti i tempi», colui che ha dato l’atomica al Pakistan per poi diffondere la tecnologia in altri Paesi. Operazione che lo ha arricchito a dismisura e lo ha trasformato in eroe nazionale, prima di farlo cadere in disgrazia a causa delle convenienze politiche del suo Paese.
Fonte primaria per l’autore è Mark Hibbs, reporter completamente sconosciuto di una testata altrettanto ignota al pubblico, ma fondamentale nel settore altamente specializzato delle tecnologie nucleari. Il valore del suo lavoro è inestimabile. Da anni raccoglie informazioni, le elabora e giunge a conclusioni di cui poi cerca conferme fattuali. In questo modo arriva prima di altri a verità scomode.
Il libro di Langewiesche è una ventata di sano pragmatismo, utile a ridimensionare da un lato i risultati degli sforzi strategici ed economici di Usa e nazioni europee, dall’altro l’ottica pacifista, colpevole di ignorare la realtà: «I pacifisti possono strepitare e stigmatizzare la follia di massa, ma la loro indignazione lascia il tempo che trova. Quale che sia il futuro che ci aspetta, questo è il mondo in cui viviamo, ed è fatto di società come il Pakistan: deboli, instabili, e armate».
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