Furto ad Auschwitz, l’'antisemitismo odia ancora

SEGNALE La lettera «R» era stata piegata dal fabbro per avvisare che era una trappola

Ripubblichiamo l'articolo del compianto Vittorio Dan Segre, quanto mai attuale dopo il furto della targa di Dachau

Il furto della scritta in ferro arrugginito all’entrata del campo di sterminio di Auschwitz è significativo. Non si tratta di una delle tante manifestazioni di antisemitismo spesso mimetizzate in anti-israelianismo. È qualcosa di più, perché si tratta di un atto altamente simbolico.

Anche se quel campo è stato teatro di assassinii di migliaia di innocenti non ebrei - polacchi, zingari, handicappati ecc. - il fatto che due milioni di ebrei vi siano stati gassati in quanto ebrei lo ha trasformato in un simbolo della Shoah, della tragedia moderna del popolo di Israele. Se c'era un modo per dare pubblicità ad un odio che si camuffa ma non si spegne era proprio rubare questa scritta, una scritta emblematica per due ragioni. Testimoniava nel suo significato letterale («Il Lavoro Rende Liberi») l'ipocrisia diabolica di un sistema nazista che, orgoglioso del suo disprezzo per gli ebrei, come razza inferiore, mentendo ironizzava sulla loro fine. Inoltre quella scritta arrugginita - mi faceva notare la guida che mi accompagnava un anno fa in questa visita degli orrori - conteneva un errore ottenuto col piegamento di una lettera «R» di ferro. Come se l’ignoto fabbro avesse voluto lanciare un avvertimento a chi entrava nel campo di attendersi una sorte ben diversa da quella annunciata. Piccolo, umile atto di disperata resistenza.

D'’altra parte il taglio dei fili del reticolato, il furto compiuto in apparente tranquillità fa temere che nel clima del voyeurismo perverso presente in certi ambienti della società moderna, gli oggetti personali dei gassati, conservati nelle baracche del lager - cataste di occhiali, borse, capelli, protesi, giocattoli, libri di preghiera - possano anch’essi diventare un’attrattiva per alimentare un mercato dell’orrore.

La Polonia, custode del lager, sembra poco sensibile al problema dell'antisemitismo, come del resto altri Paesi dell'Est europeo dove di ebrei non ve ne sono più e i monumenti ebraici si sono trasformati in attrazioni turistiche (come il pletzel - la piazza - del quartiere ebraico di Cracovia, attorno alla quale ristoranti offrono menu «ebraici» da consumarsi al suono di musica yiddish). Del resto anche i nazisti, mentre trucidavano gli ebrei, preparavano materiale per un grande museo ebraico in ricordo di un passato «storico-archeologico» del Terzo Reich.

L'’Europa - d’Oriente e di Occidente - nonostante gli sforzi di molti suoi governi non riesce a liberarsi del veleno dell’antisemitismo. La violazione dei cimiteri ebrei è diventata una “normalità” che non fa notizia. In quest'anno che finisce, nel giorno del Kippur è stato aperto il fuoco contro una sinagoga a Parigi, due ebrei in Danimarca sono stati feriti a Odense; nella civilissima Svezia un centro di cultura ebraico è stato incendiato due volte nella stessa settimana; a Londra due negozi di ebrei sono stati attaccati e sfasciati e una sinagoga parzialmente incendiata; violenze del genere sono successe in Belgio e - fuori d'Europa - in Australia, Brasile e a Chicago.

«Poiché non è più permesso di proclamarsi antisemiti - dice il ministro israeliano delle Telecomunicazioni Yuli Edelstein - gli antisemiti debbono trovare nuove forme e nuovi fori per diffondere il loro veleno. Il posto dell'ebreo da perseguitare è stato preso dall'israeliano che uccide i bambini, attacca le donne incinte, ha causato la guerra d’Irak e d’Afghanistan. Il piccolo Israel è stato addobbato dagli antisemiti come un Golia».

In questo contesto più ampio, triste e pericoloso per le vittime quanto per i perpetuatori, deve essere compreso nella sua gravità il furto della scritta all'entrata del lager di Auschwitz. Rubare questo simbolo della malvagità ha senso solo se si vuole rubare anche la memoria dei morti.