«Il futuro ha gli occhi a mandorla»

Il direttore della scuola federale professionisti: «Gli orientali hanno le prerogative per primeggiare sul green»

Passano gli anni e un po' tutto fatalmente invecchia. Il golf, invece, tende a ringiovanire. In tempi pure non remoti gli esperti sostenevano che lo sport del green è fatto per premiare l'esperienza e dunque non lascia spazi di vetrina alle generazioni immature. Fermo restando il valore dell'esperienza, si ha l'impressione, studiando l'evoluzione di un panorama mondiale, che ci si trovi ormai in presenza di una progressiva mutazione di fondo: si è cominciato e si continua a vincere, anche nei tour importanti, quando è ancora in corso l'età dell'adolescenza. La nostra è un'osservazione fondata? Ne discutiamo con Donato Di Ponziano, il quale dirige la Scuola federale professionisti ed è una sorta di ministro degli Esteri del golf italiano. E la sua prima risposta è questa : «Sì, l'osservazione è fondata».
Spiegazioni? «Nel golf è in atto un fenomeno che ha caratterizzato le storie di altri sport, per esempio il tennis. Il gioco, che all'inizio è stato la base di un certo tipo di attività agonistica, diventa sport a tutti gli effetti. Voglio dire che, allorché si sviluppa tanto l'aspetto tecnico-sportivo, interviene l'obbligo di migliorare anche la performance del fisico. E per migliorarla bisogna andare a pescare nella fascia di età più giovanile. Proprio qui il gioco diventa sport. Più aumenta la necessità di avere un fisico pronto, preparato, flessibile, scattante e più si abbassa l'età media di quelli e quelle che poi vanno a vincere».
Viviamo nell'epoca di tecnologie travolgenti che investono anche il golf. E' corretto supporre che i giovani, particolarmente in confidenza con il galoppo delle tecnologie, ne traggano particolari vantaggi?
«Credo che la tecnologia, per quanto ci riguarda, debba essere divisa in due parti: quella legata alla pallina e quella che attiene all'attrezzatura di gioco. Quest'ultima non ha fatto altro che migliorare la performance media, certamente non di top. Quella relativa alla pallina ha cambiato il gioco: oggi, con i vantaggi che si hanno usando una certa pallina - mi riferisco alla distanza del colpo - taluni campi sono diventati obsoleti, troppo corti. E qui, un giorno o l'altro, un bel taglio verrà dato dagli organismi golfistici, nel senso che si dovrà ridurre la lunghezza del volo della pallina. Altrimenti gli investimenti da fare nel mondo del golf dovranno essere sempre più pesanti: portare un campo da 6.000 a 7.000 metri può comportare una spesa di 2 milioni di euro».
Nel decollo del nuovo golf attuale è presente l'esplosione dei Paesi orientali. Perché?
«Perché il nostro è uno sport che in quei Paesi ci sta molto bene. Il giocatore di golf ideale deve avere alcune peculiarità: la capacità di concentrazione, quella di muovere il corpo con una certa coordinazione e flessibilità e velocità e anche la voglia che gli detta un po' di quella fame che da noi è passata. Guarda caso, queste sono tutte caratteristiche tipiche degli orientali. E se le metti insieme in un frullatore ricavi il profilo di un golfista perfetto. E allora oggi vediamo l'India che si affaccia con giocatori capaci di vincere in tutti i tour del mondo, la Cina che comincia a sfornarli e la Corea e il Giappone che li hanno già prodotti, le Filippine, la Tailandia e la Malesia... Il futuro del golf sarà là».
Nella evoluzione del golf, che ne rielabora persino il costume, per ciò che concerne l'Italia notiamo tra l'altro le fughe di ragazzi, come ad esempio Pavan e Federico Colombo, i quali vanno in America per vivere esperienze di gioco connesse a cicli di studi universitari che da noi considerano impossibili. Fanno bene?
«Credo che un'esperienza golfistica americana, al di là di studi universitari da non sottovalutare, sia positiva per qualunque giocatore europeo, non soltanto italiano, essendo certamente utile ad arricchire il bagaglio tecnico di quelli e di quelle che la vivono. Ma non è la chiave per diventare campioni. Gli Usa danno una grande opportunità di gioco a un certo livello, ma non possono fare emergere o costruire un talento se questo talento non c'è. Per intenderci: la scuola statunitense non vince su quella europea, basti guardare gli esiti della Ryder. Non dimentichiamo che il nostro Rocca, Ballesteros, Montgomerie, Olazabal, Garcia e altri sono diventati quel che son diventati a casa loro, che non era l'America».