GABO E MARIO La storia del libro che li riconcilierà

Febbraio 1976: nel corso di un incontro pubblico a Città del Messico, Vargas Llosa sferra un pugno in volto a García Márquez, colpevole di avergli insidiato la moglie

Dopo lunghi anni di guerra è finalmente scoppiata la pace fra il Gabo internazionale (alias Gabriel García Márquez) e Mario Vargas Llosa. Il mondo della stampa e dell’editoria è in subbuglio per le annunciate nozze di riconciliazione fra i due scrittori che si prevedono prossime. Si parla di un possibile incontro in occasione dei festeggiamenti dell’ottantesimo compleanno di Gabo, quarantesimo della pubblicazione di Cent’anni di solitudine, uscito a Buenos Aires nel 1967.
Sarà davvero così? È dunque dimenticato il triste episodio accaduto il 13 febbraio del 1976 nel Palazzo delle Belli Arti di Città del Messico, durante la cerimonia di inaugurazione del film Presagio, tratto da un racconto di García Márquez? Ricordiamo i fatti. Gabo, nello scorgere la presenza di Vargas Llosa alla manifestazione gli va incontro chiamandolo «Fratello!», ricevendo in cambio dall’amico, alto e forte di corporatura, un formidabile cazzotto sul mento che lo fa ruzzolare in terra. La motivazione (sempre taciuta o appena sussurrata) è quella di avergli insidiato la moglie durante il soggiorno a Barcellona, dove i due scrittori vivevano con le famiglie.
Da quel momento le loro strade si separano, cambiano le rispettive geografie: Gabo va in Sudamerica, Vargas Llosa a Lima e poi a Londra, sua attuale residenza. Soprattutto si distanziano, fino a esprimere posizioni opposte, le loro idee politiche: il colombiano, grande amico di Fidel Castro, rimane fedele alla causa marxista anche quando esplode il caso dello scrittore Padilla imprigionato dal dittatore cubano, mentre Vargas Llosa diventa il paladino dell’idea liberista, non perdendo occasione per ribadire la sua avversione contro i partiti della sinistra latinoamericana. Del sodalizio barcellonese resta una celebre foto, scattata nel luglio del 1974, che li vede insieme sorridenti accanto agli scrittori Jorge Edwars, José Donoso e all’editore Muñoz Suay: Vargas Llosa è in partenza per il Perù e gli amici sono venuti a salutarlo e a testimoniare il loro grande affetto. La separazione doveva essere una breve parentesi e invece, dopo l’episodio del Messico, si trasformerà in un congedo finale.
Questo fino a pochi mesi fa. Ora la recente ristampa del libro di Vargas Llosa Historia de un deicidio, dedicato all’opera di García Márquez, uscito nell’importante collana Círculos de Lectores delle edizioni Galaxia Gutenberg, indica una grande svolta e lascia supporre (ma per molti è solo una vacua congettura) la possibilità di un reencuentro fra i due maggiori rappresentanti della narrativa ispanoamericana, non a caso legati alla stessa agenzia letteraria barcellonese, guidata dalla potente e avveduta Carmen Balcells: la «Mamá Grande» della letteratura contemporanea di lingua spagnola, naturalmente interessata a favorire il dialogo interrotto, auspicato inoltre da tutti i media internazionali e soprattutto dagli editori.
A proposito di questi ultimi è il caso di ricordare che, quando avvenne il «fattaccio» messicano, il testo di Historia de un deicidio era in bozze presso un editore italiano, al quale l’autore ordinò di sospendere immediatamente la stampa, assumendosi l’onere economico per la rottura del contratto. Molti comunque pensano che l’episodio dello scontro sia stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, poiché fra i due amici si era ormai frapposta la presenza ingombrante di un uomo, Fidel Castro, sul quale si scontravano i loro sentimenti; insomma, più che una questione di donne, era una diversa concezione del mondo che li allontanava e separava, cancellando un periodo fecondo di amicizia e frequentazione letteraria.
Di quel tempo felice della stagione barcellonese io ricordo una fugace visita a Milano di García Márquez, piombato nella nostra città quasi in incognito, spinto da un interesse non certo letterario ma dall’urgenza di installare nella sua potente macchina un condizionatore per far fronte ai lunghi viaggi nella rovente temperatura estiva. La vecchia e arretrata Spagna di Franco - siamo agli inizi degli anni Settanta - non era ancora attrezzata per tale operazione, mentre gli amici italiani avevano indicato una moderna officina milanese capace di montare l’apparecchio in poco tempo. Gabo alloggiava in un elegante hotel di una nota catena internazionale («Quando viaggio - commentava - scelgo sempre lo stesso albergo, così mi sembra di non viaggiare»). Lo raggiunsi col suo traduttore Enrico Cicogna, grande amico e scopritore in Italia dello scrittore colombiano.
L’incontro fu diretto e piacevole: Gabo portava una lettera a Enrico di Vargas Llosa, con cui aveva cenato la sera prima. Cicogna aprì la busta inforcando stravaganti occhiali da presbite pieghevoli, ma lo scrittore rimase inorridito alla vista di quella montatura che gli sembrava «una specie di protesi ortopedica». Quel giorno García Márquez parlò a lungo del libro Historia de un deicidio, che considerava la lettura più penetrante della sua opera, per poi passare a discorrere di macchine italiane, in particolare della Lamborghini, la sua preferita. Era sabato: nella piazza antistante l’albergo cominciarono a sfilare gruppi di persone con bandiere rosse con falce e martello, accompagnati da slogan e suoni. Dall’atrio dell’hotel, Gabo guardò a lungo il corteo e commentò: «I comunisti sono come i preti, hanno bisogno di continue processioni e liturgie collettive». Poi, seguendo Cicogna, profondo conoscitore della città, andammo nell’ossario della chiesa di San Bernardino, dove le ossa dei morti sono disposte come fregi, mescolati a decori in stile rococò. Lo scrittore rimase impressionato dalla macabra esposizione di tutti quei teschi, guardava le grandi orbite vuote, chiedeva chi fossero. La sua voce vibrava alta nel vano della cappella, tanto che all’improvviso apparve dal retro un’anziana donna vestita di nero, che cominciò a inveire contro «quel sacrilego profanatore della pace delle anime sante dei morti»: fuggimmo intimiditi e vergognosi.
Il programma prevedeva anche una visita alla Certosa di Pavia, ma García Márquez fu irremovibile, rifiutò con ostinazione l’invito: «Quando viaggio - disse - porto sempre con me un amico; lui va a vedere i musei, guarda i monumenti, poi a sera mi racconta tutto». L’amico, rimasto a riposare in albergo, era l’allora sconosciuto Álvaro Mutis. Sornione e scanzonato, Gabo ci salutò: «Se il posto è bello - aggiunse beffardo - la prossima volta ci mando Mario, così sentirò la sua versione». Appunto Mario, Mario Vargas Llosa, l’amico fraterno diventato poi improvvisamente nemico.
Ci sarà allora questo fatidico abbraccio? Noi non lo sappiamo, ma ci auguriamo comunque di vedere presto la versione italiana di Historia de un deicidio, perché ogni opera veramente importante, al di là delle umane debolezze degli autori, è un libro aperto che appartiene a tutti e dove tutti possiamo leggere.