«Galileo? Un furbo che tirò a indovinare»

Galileo, quel furbetto. Arno Penzias si diverte a rimescolare le carte. Trent’anni fa ha vinto il Nobel per la fisica per aver scoperto la radiazione cosmica di fondo: una specie di ronzio che sembrava l’interferenza dei piccioni sulle antenne dei Bell Labs e, invece, era l’eco del Big Bang. Poi ha lasciato i laboratori per spostarsi nella Silicon Valley, dove ha fondato una società di venture capital. E lui, fisico laico, va d’accordissimo con la figlia rabbina. Anzi, il giornalista italiano Riccardo Chiaberge ha scoperto che il fisico ebreo ha molto in comune anche con un gesuita astronomo, padre George Coyne. Insieme, tutti e tre hanno discusso di scienza e fede e il loro dialogo è diventato La variabile Dio, appena pubblicato da Longanesi. Penzias ne parla al telefono dalla California.
Professore, uno scienziato può essere religioso?
«Certo. Se uno crede nei principi fondamentali della religione non significa che sacrifichi la sua mente all’altare del dogmatismo».
E lei è religioso?
«È una domanda interessante. Alcuni direbbero che lo sono. Ci sono diversi gradi di fede. Io appartengo alla tradizione ebraica, non mi definirei un ortodosso, ma credo che i concetti morali, come “giusto” e “ingiusto”, presuppongano che, nel mondo, ci sia qualcosa d’altro. Non credo che il mondo sia privo di significato».
La scienza ha dei limiti?
«Assolutamente. Il limite è la coerenza con se stessa».
Quali sono i confini?
«La fisica spiega gran parte del mondo e di ciò che succede dopo il momento della creazione. Ma se tenti di procedere a ritroso, fino all’inizio del tempo, ti devi fermare».
La sua scoperta, la radiazione di fondo, è detta anche «l’eco della creazione». Quanto c’è di simbolico, di religioso?
«Si riferisce proprio a quel momento. Secondo la teoria dell’universo stazionario, il mondo è sempre rimasto uguale. La radiazione di fondo dice che il momento della creazione c’è stato. Ma quello che è successo in quel momento è fuori dalla portata della scienza. È un mistero. E la mia scoperta si riferisce proprio all’esistenza di quel mistero».
Sua figlia è rabbina. Che cosa pensa delle sue posizioni?
«Andiamo d’accordo: abbiamo posizioni molto simili. Pensiamo che l’universo sia stato creato in un certo momento e che, col tempo, si sia evoluto nel mondo che vediamo. Anche il libro della Genesi dice che l’universo è stato creato così: in un istante».
Non c’è conflitto fra le teorie evoluzionistiche e la creazione biblica?
«L’evoluzione è parte della creazione. Tutto il potenziale della vita e dell’evoluzione è in quel momento. Dopo, Dio non ha più bisogno di intervenire. Dio non è il mago di Oz, che illude le masse con giochetti da prestigiatore».
In che senso la scienza, come dice Gödel, dev’essere incompleta?
«Perché non può descrivere né il momento della creazione, né ciò che succede prima dell’inizio del tempo. Non c’è un “prima” del Big Bang, perché prima non esistevano tempo, spazio e materia. Ma, da lì in poi, la scienza spiega tutto».
Anche gli esseri umani?
«Sì. La chimica spiega il corpo, che ci fa sperimentare sentimenti e valori».
Siamo solo chimica?
«L’esperienza fisica è chimica. Ma da lì possiamo comprendere ciò che è oltre la chimica, come il giusto e l’ingiusto e le verità più alte».
Che cosa pensa di Galileo?
«Ho opinioni contrastanti. Non era del tutto dalla parte della ragione: in fondo, le sue teorie sulle maree erano sbagliate; le osservazioni fisiche dell’epoca avrebbero potuto essere spiegate anche da altri modelli cosmologici (come quello di Tycho Brahe). Le sue speculazioni si sono rivelate giuste, ma non aveva prove: le ha portate Newton, molti anni dopo. È stato grandioso, ha ottenuto risultati eccezionali, però era anche un uomo molto politico».
Che vuol dire?
«Spingeva le sue teorie, lasciava in ombra quelle degli altri. Era un furbo. È dopo il processo che il suo lavoro è stato davvero grande».
Scienza e religione sono in conflitto?
«La religione spiega e la scienza descrive. Se la scienza cerca di spiegare il “perché”, allora nascono i problemi. E viceversa, se la religione cerca di descrivere “come” si muove il mondo. Sono complementari. Ogni giorno prendiamo posizioni morali: non vengono dalla fisica, ma dal credo in una verità superiore».
Che cos’hanno in comune scienziati e teologi?
«Dipende. Se il teologo è serio... Entrambi ricercano la verità e cercano di risolvere gli stessi problemi. La vita di sant’Agostino è una lotta per tentare di capire il mondo e, allo stesso tempo, legare quella comprensione al significato delle cose».
Che cosa intende?
«Il mondo non è senza scopo, senza senso. Scoprire quale sia quel significato è ciò per cui combattiamo ogni giorno».
Con quali armi?
«L’osservazione, la riflessione e, soprattutto, la discussione».
Gli esperimenti al Cern di Ginevra saranno utili?
«Probabilmente sì. Anche se non ne sono sicuro. In ogni caso dovranno fermarsi: l’Lhc non ci darà la risposta finale».
Crede che la scienza sia sopravvalutata?
«Per alcuni aspetti, forse, certi progetti sono troppo costosi. Ma la scienza ha fatto moltissimo per noi, non so dove saremmo oggi senza di lei: viviamo più a lungo, soffriamo meno il dolore».
Anche la scienza può diventare una forma di religione?
«Per alcune persone può succedere. Ma dipende dai singoli casi, non dalla scienza».
Qualche volta supera i suoi confini?
«Non credo che la scienza possa superare i suoi limiti: se un’affermazione è scientifica, allora dev’essere scientificamente provata. Altrimenti non è scienza: è qualcosa d’altro. I suoi stessi limiti fanno sì che, una volta superati, non sia più scienza».