Gao Xingjian: "La mia Cina ricca e antidemocratica"

Il Nobel cinese e il poeta Giuseppe Conte a colloquio su politica, letteratura, etica e arte. Figli di continenti e culture diverse, i due scrittori, amici da anni, condividono molti valori, fra cui la tradizione

L’albergo Town House di Milano, a ridosso della Galleria, ce la mette tutta per intimidire: ingressi blindati, personale in livrea, fruscianti tendaggi. Gli ospiti di questa conversazione, Gao Xingjian e Giuseppe Conte, si rivedono qui dopo qualche anno e sembrano divertirsi come bambini a smontare con il cacciavite dell’ironia le lusinghe del lusso. «Che bisogno ho di un maggiordomo?», sgrana gli occhi il premio Nobel cinese, oggi cittadino francese. «Mi basterebbe una chiave». «Ma dai», gli fa eco il poeta e scrittore ligure. «E chi non ce l’ha, oggi, un maggiordomo?». Siamo qui per parlare di arte e poesia, politica ed etica, in margine alla «Milanesiana» che quest’anno Elisabetta Sgarbi, ideatrice e direttore artistico della rassegna, ha voluto intitolare agli elementi primari: aria, acqua, terra, fuoco. La discussione s’avvia con leggerezza, ariosa appunto. Tutti ordinano un bicchiere d’acqua. Il cronista ha la funzione di riportare i due protagonisti coi piedi per terra. Conte inizia a parlare del fuoco.

Conte: «Gao, nel capitolo due della Montagna dell’anima, il tuo romanzo capolavoro, compare l’etnia Qiang e la sua religione del fuoco. Tu parli di un vecchio che traccia delle figure nel fuoco, come un’offerta a un dio. Sono tradizioni molto antiche...».

Gao: «Questa etnia è la più antica, è all’origine della nazione cinese. Ci sono molte etnie in Cina, ma questa, minoritaria, esiste ancora e mantiene l’antico culto del fuoco. Questa gente vive in una regione che guarda caso è la stessa del panda, un animale simbolo del pericolo di estinzione. Ma i suoi antichi riti sono stati vietati dalla Rivoluzione culturale. Così come le canzoni popolari, che non sono certo programmi folcloristici, ma hanno sempre fatto parte della vita stessa di quell’etnia. I maoisti avevano proibito anche le canzoni d’amore».

Conte: «La prima volta che ci siamo incontrati, ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a un taoista mite e rigoroso. Ma quando ho letto La montagna dell’anima ho capito che quest’uomo fragile era un combattente, uno scrittore con il più rivoluzionario degli scopi: affermare il diritto dell’anima di cercare una verità propria contro il potere dogmatico della politica e il potere insensato dell’economia. Concepiva la letteratura come una forza di resistenza spirituale».

Bianchi: «Quando è avvenuto il vostro primo incontro?».

Gao: «Eravamo entrambi invitati alla Casa degli scrittori e traduttori stranieri, a Saint-Nazaire, nel Nord della Francia, nel 1992».
Conte: «Poi abbiamo scoperto amici comuni a Parigi. E nel 1994 a una manifestazione poetica da me organizzata a Firenze, nella Chiesa di Santa Croce, Gao ha mandato un messaggio con una dichiarazione molto forte di adesione. Il nostro scopo era la rimessa in circolo, anche spirituale, della poesia nella società».

Bianchi: «Qual è la vostra concezione della letteratura e dell’arte?».

Conte: «Cito da un libro di Gao intitolato Per un’altra estetica: “Negare tutti i valori tradizionali finisce per portare alla negazione di se stessi”. Il suo è un atteggiamento antinichilista, antimaterialista e antimercantilista».

Gao: «L’arte non è protesta. L’artista è un esteta e un creatore libero. La mia idea di libertà è che di fatto la libertà non esiste se non nelle proprie mani. Se si delega questa libertà ad altri, non è più libertà. Perciò sono per l’indipendenza personale assoluta dell’artista».

Conte: «La libertà di chi abita in Cina è diversa da chi abita in Italia. Per me la libertà è piuttosto libertà dal conformismo di un certo tipo di cultura. A me il potere politico non ha fatto niente, al massimo mi ha ignorato».

Gao: «Anche in quel caso la libertà è negata. Ma la libertà non è accordata da un potere, è una coscienza risvegliata in noi stessi. Perciò ci si batte: per ottenere questo. Prima di tutto ci vuole questa coscienza. Alla fine si arriva all’individualismo».

Conte: «Che tuttavia spesso viene scambiato per arroganza. Invece è un rispetto per l’essere umano individuale. Guai a parlare per generalizzazioni».

Gao: «Se non si rispetta l’individuo, non c’è libertà. Sono belle parole, ma astratte».

Bianchi: «E che cos’è per voi la bellezza?».

Conte: «Qualcosa che si realizza nell’istante. Che non esiste prima».

Gao: «La bellezza è osservare e realizzare qualcosa in una forma espressiva. Ma non è la cosa in sé. La natura non ha senso del bello, dunque non c’è bellezza senza lo sguardo di un uomo. È l’osservazione dell’uomo che conferisce il senso della bellezza».

Conte: «È importante che la forma dell’arte sia penetrata da un sentimento umano. È come una fusione tra etica ed estetica».

Gao: «Sì, sono d’accordo. L’estetica e l’etica sono la fusione finale per un artista. Non però l’etica creata dalla società, che è piuttosto il consenso di tutti sacralizzato in etica. L’etica dell’artista è un’altra cosa. È un’etica individuale. Ogni artista crea la sua».

Bianchi: «E a proposito del senso religioso?».

Conte: «Alla fine della Montagna dell’anima c’è una rana che guarda il protagonista con strani occhi, e lui immagina che questa rana sia Dio. Un commento aggiunge: “Quando Dio parla agli uomini non desidera che gli uomini capiscano la sua voce”. Il senso religioso credo che sia qualcosa che abbiamo in comune. In Gao ho trovato subito un senso di mistero, una tradizione spirituale, che mi ricordava il taoismo o lo zen. Io ho circumnavigato tante religioni per affermare che una visione religiosa della vita è essenziale contro la deriva materialistica e mercantilistica. L’uomo occidentale deve fare per forza i conti con il Cristianesimo».

Gao: «Vorrei spiegare che cosa significa questa spiritualità: non è per forza una religione. È prima della religione. Gli esseri umani nascendo hanno coscienza di sé, ma hanno allo stesso tempo spiritualità, perché cercano qualcosa che non si può comprendere. C’è una spiritualità nella ricerca e la spiritualità è la sorgente della religione».

Conte: «Se la religione ufficiale dimentica questo fondo mistico, spirituale, perde molta della sua forza. Per noi europei è importante mettere nello stesso progetto la ragione e lo spirito. Ecco la fusione tra Illuminismo e il Romanticismo. In Europa la ragione ha cercato spesso di cancellare quello che non conosceva, e lì è subentrata la visione romantica».

Gao: «La ragione viene dalla conoscenza. Chiamiamo ragione la ricerca della conoscenza. Ma ci vuole rispetto di quello che non si conosce. Anche paura. Laggiù si trova la spiritualità. Attenzione, però: il mio libro s’intitola Lingshan: “Ling” è la parola cinese per “anima”, che è qualcosa di essenziale, come la vita stessa. Perciò non si poteva tradurre La montagna sacra o La montagna magica».
Bianchi: «Gao, Lei è anche un artista. Cosa pensa dell’arte contemporanea?».

Gao: «È la distruzione totale della metafora del mondo. Segue le mode, dunque è materialista, e allo stesso tempo è troppo intellettuale».

Conte: «È vero, bisogna andare contro la moda, il materialismo e il concettualismo. Nella mia generazione, prima eravamo circondati dai marxisti-leninisti. Che quando si sono liberati dell’ideologia sono caduti nella moda e nell’insignificanza».

Gao: «La moda poi è legata al mercato. Deve continuamente rilanciare la novità. Cambia a ogni stagione. Per un artista è un suicidio. La morte del lavoro di tutta la vita».

Bianchi: «Ma un artista può cambiare idea?».

Gao: «Diciamo che se segue le indicazioni ministeriali, per lui è la catastrofe. Ma siccome un artista non può essere inquadrato politicamente, non può neanche cambiare politicamente. Deve stare al di sopra della politica. La creazione artistica viene dalla riflessione e osservazione personale sul mondo, su se stessi, sulle difficoltà dell’esistenza e della natura umana. L’artista può evolversi, questo sì, e questa evoluzione è una conoscenza sempre più approfondita sul mondo e su se stesso. Ma non è giudice del mondo, è solo un occhio freddo e lucido che osserva e testimonia. Non è uno strumento di propaganda, né un’arma di lotta politica, né un prodotto culturale del mercato. Lascia traccia della condizione umana».

Conte: «Si può votare, scegliere un partito, ma è più importante essere fedeli alla propria visione del mondo, ai propri sogni».

Bianchi: «Che cosa dobbiamo pensare della Cina di oggi?».

Gao: «Oggi la Cina ha una posizione economica molto forte. Ma la politica e l’ideologia di regime non sono cambiate. È cambiata l’opinione pubblica occidentale. In Cina adesso regnano la moda e il denaro. È molto più capitalista che l’Occidente attuale. Questa tenacia, questa forza, non portano verso la democrazia».

Conte: «Di solito lo sviluppo economico portava verso forme di democrazia. Mi ricordo di Hong Kong...».

Gao: «Hong Kong ha un’indipendenza intellettuale che viene forse dall’eredità britannica. Gli inglesi hanno creato un sistema politico, economico e educativo. Senza gli inglesi non ci sarebbe stata Hong Kong. E la sua vitalità viene dall’assenza di potere totalitario. Di recente mi hanno dedicato una manifestazione, ma in Cina, a poca distanza, non ne ha parlato nessuno. È la censura. Sono molte le condizioni che garantiscono la democrazia, condizioni storiche, non solo economiche. L’evoluzione economica in Cina continuerà, non c’è forza al mondo che possa impedirla. Neanche gli americani. È un processo automatico. Ma nei prossimi anni non vedo democratizzazione. E anche in campo economico si conoscono troppe poche cose. L’uomo ha la vanità di pensare di poter fare e conoscere tutto, ma non è così».

Conte: «Oggi si parla molto del Tibet... Poi c’è la questione delle Olimpiadi...».

Gao: «Io prendo le distanze da certa attualità. In Tibet ci sono stato, la cultura tibetana è affascinante. Ma la situazione è complicata. Invece è troppo facile parlarne. Lo stesso vale per le Olimpiadi. Ma uno scrittore non può parlare come un presentatore televisivo. Per discutere di certi argomenti bisognerebbe essere molto documentati».

Bianchi: «Siete entrambi molto legati alla Francia...».

Gao: «È un Paese che amo. Naturalmente non è perfetto, anche lì dominano politica e mercato. Ma non mi sento uno straniero, soprattutto a Parigi. Ho scritto cinque drammi teatrali e poesie in francese. Però gli artisti non hanno barriere. Il lavoro degli intellettuali, degli scrittori soprattutto, supera la politica, il mercato, supera le frontiere e perfino la lingua, perché dietro c’è un valore umano che tutti difendono».

Conte: «Anch’io mi sento a casa mia in Francia. È strano per un italiano. In Francia si rispetta molto l’attività intellettuale dello scrittore. Cosa che in Italia rischiamo di perdere. A Parigi uno scrittore arabo, un cinese, un italiano, sono veramente fratelli».

Gao: «Vi faccio notare che il mio nome, Xingjian, vuol dire bonne marche, “buon viaggio”».