GARBOLI Il professore che non dava del tu

Gli incontri a Camaiore, i colloqui, gli studi, la schiva riservatezza: così uno scrittore ricorda l’autore di «Pianura proibita»

Ho conosciuto Cesare Garboli, anzi il professor Garboli - come poi l’avrei sempre chiamato - nell’estate del 1980. Per la rivista Paragone, gli avevo inviato un racconto dal titolo Acchiappatassi. Dopo qualche tempo, gli telefonai per sapere se l’aveva ricevuto. Mi rispose di sì, aggiungendo che lui era subito andato d’accordo con Acchiappatassi ma, il giudizio finale, spettava ad Anna Banti. Mi giunse, poi, una cartolina. Era Garboli: scriveva che il racconto era piaciuto alla Banti e sarebbe uscito nella rivista. Gli telefonai per ringraziarlo. M’invitò ad andarlo a trovare a Vado di Camaiore. Tono militare, fornì l’indirizzo spiegando di non lasciarmi fuorviare dalla targa del cancello dove c’era scritto ingegner Garboli: era suo padre, morto anni fa. Vi andai.
La casa, molto grande, si trovava in fondo al parco. Cesare Garboli indossava una maglia rossa e pantaloni scuri. Lo salutai. Mi sorrise, l’espressione scrutatrice e beffarda. Aveva un ciuffo di capelli grigi sulla fronte e gli occhi di un blu elettrico. A prima vista poteva sembrare un insegnante di lettere in attesa di studenti a cui impartire lezioni per gli esami di settembre, ma lo tradiva lo sguardo: era quello di chi vuole, più che capire, interpretare. Da un corridoio, con molti mobili e libri, entrammo in uno studio dov’era un grande divano; ovunque volumi, suppellettili e oggetti. Sedutosi, mi disse: «Lo immaginavo diverso, ossia piccolo, magro e storto come Acchiappatassi. Il suo racconto, come le ho scritto, è piaciuto alla Banti, le ha ricordato Il mio amore è Paco di Fenoglio». E sorrise con un lampo negli occhi. Poi parlammo della sua attività di assessore alla cultura nel comune di Camaiore nelle file di sinistra, che lo teneva impegnato,anche perché i politici - spiegava - sono ottusi, privi di linguaggio e non capiscono, soprattutto, ciò che riguarda arte e cultura. Poi passò a Giovanni Pascoli, argomento di cui m’avrebbe sempre parlato nel corso del tempo. In quel periodo si interessava al delitto del padre del poeta. Svolgeva ricerche con l’ausilio di un ministro romano. Ma Pascoli - aggiungeva - pur essendo un grande poeta, era squilibrato psichicamente: al punto che non fu capace di amare altre donne se non le sorelle, in particolare Mariù, con la quale non escludeva l’incesto. Dopo Pascoli, era impegnato con Molière (e proprio in questi giorni Adelphi pubblica Il Dom Juan di Molière, il libro segreto ed «essenziale» cui Garboli ha atteso per oltre vent’anni e che considerava il coronamento della sua attività di traduttore e critico molièriano). Quanto prima avrebbe pubblicato, su di essi, due libri in contemporanea. «Vedrà, sarà un gran botto» si compiaceva.
Dopo quel pomeriggio d’estate, ci incontrammo altre volte. Andavo io da lui. Diceva di essere dispiaciuto di non potermi mai invitare a pranzo o a cena, ma era purtroppo solo, senza una moglie né una donna di servizio e, per giunta, in disagiate condizioni economiche. Voleva, tuttavia, che gli portassi racconti per la rivista, ma dovevo farne sempre di migliori: era quanto voleva da me Anna Banti. Gli chiesi se potevo conoscerla. Mi rispose ch’era meglio di no. Lui credeva nella reincarnazione e, a suo parere, la Banti, in qualche vita passata, doveva essere stata una regina. Aveva pochi amici e amava la solitudine. Stava anticipandomi ciò che avrebbe scritto nella prefazione del libro di lei Un grido lacerante, uscito da Rizzoli nel 1981. «È tradizione che i re e le regine non possono e non debbano assistere alla morte altrui, per nessuna ragione \ Un re può vedere solo la propria fine». Sopraggiunse l’inverno e ci vedemmo qualche altra volta, anche se doveva andare spesso a Parigi: Molière lo stava affaticando. Ma anche Pascoli, di cui un giorno mi elencò la dieta: salsiccia, farro, salame e vino in quantità. Delle sue opere parlava invece a tratti con ammirazione e a tratti con una forma di irrisione e disprezzo. I medesimi che riservava ai libri di diversi scrittori delle ultime generazioni. I suoi giudizi erano sentenze inappellabili. Momenti in cui diveniva tagliente e severo, il blu degli occhi gli si incupiva sino a farsi grigio. Stesso atteggiamento assumeva durante certe telefonate. Avrei voluto uscire, ma lui mi faceva cenno di rimanere. Tono inflessibile, quasi poliziesco, poneva domande all’interlocutore, poi rispondeva suddividendo spesso scrittori, editori e critici in squadre, dove c’era un capo e i luogotenenti. Tra queste telefonate, un giorno, ne giunse una insolita. Lui rispondeva cordiale e ossequioso. Dall’altro capo sentivo una voce gracchiante, molto alta. D'un tratto Garboli si irrigidì e prese a dire: «No, no. Ora basta. Quello lì deve morire, lo devi fare ammazzare». La voce gracchiante cercava di interloquire. Ma lui, implacabile: «Ti ho detto che lo devi ammazzare, di botto, d’improvviso». La voce tacque. Lui, riposta la cornetta, spiegò: «Era Mario Soldati che è alle prese con una storia terribile, dove qualcuno deve morire. Altrimenti il racconto si congestiona. Lei, piuttosto, ma risponda con sincerità, quand’è che si sente in grado di scrivere?». Gli risposi come lui voleva. La verità: sempre. «Bene, l’avevo capito. È uno scrittore». Poi mi consigliò di leggere un libro che, a suo dire, m’era indispensabile: Vita segreta del signore di Bushu di Junichiro Tanizaki. Una storia di teste mozze, lavate dentro dei bacili, nasi spezzati, battaglie e congiure all’ombra di principesse infide e crudeli.
Presso Mondadori erano intanto usciti due miei libri: Il falco d'oro col risvolto di Natalia Ginzburg, e Il racconto della Luna con quello suo. Gli chiesi se potevamo darci del tu. Mi rispose di no. «Ha visto i grossi cani di razza? Si guardano, si annusano poi, ognuno, per la sua strada. A me, le cose, piacciono agli inizi». rispose. Non lo chiamai più. Dopo qualche tempo mi scrisse. Voleva un racconto. Glielo mandai. Mi invitò ad andarlo a trovare. Elogiato il mio lavoro, spiegò che lui era un veggente e che sapeva che sarebbe morto presto. Io no. Dovevo vivere a lungo per raccontare le bestie, perché si sapesse com’erano una volta sparite dalla faccia della terra. «Dio - concluse solenne - le ha dato questo compito. Scrivere, scrivere fino in fondo. Per il resto non abbia fretta. Non è ancora il momento. Poi, perché, non frequenta gente e non va ai funerali degli scrittori? È stato a uno di questi che Eugenio Scalfari mi ha invitato a collaborare a Repubblica. Lei conosce Scalfari?». Gli risposi d’averlo visto alla televisione e in fotografia. «Di persona è un’altra cosa. Sa, è un uomo di fascino. Ha la barba bianca dei profeti. Insomma, bisogna vederlo», spiegava con enfasi. I nostri incontri si diradarono. Lo incontrai per intervistarlo riguardo all’uscita di non ricordo quale suo libro. Mi disse, tra l’altro, d’essere annoiato, deluso e di sentirsi vecchio senza aver lavorato come avrebbe voluto. Quando l’intervista uscì mi telefonò furibondo. Gridava che non dovevo aver scritto cose dette in confidenza. Giorni dopo mi richiamò, chiedendomi di dimenticare il suo malumore. E giù elogi, cui aggiunse l’immancabile frase: «Per lei non è ancora venuto il momento». Non l’ho più rivisto. Con le sue teorie su Pascoli incestuoso s'era fatto molti nemici in media val di Serchio. Ma lui, un giorno, andò all’Osteria, il ritrovo del platano di Ponte di Campia, luogo frequentato da Pascoli e dove si trova il suo calesse, e ordinò i piatti tipici del poeta, mangiando e bevendo a crepapelle. Qualche tempo dopo fu veduto nelle macellerie di Barga e dintorni. Chiedeva ai proprietari donde provenisse la vacca appesa alla trave. Era l’epoca della mucca pazza, e lo scambiarono per un ispettore sanitario. Ne aveva l’aspetto. Alto, severo, il cappello e gli occhiali. Il giorno precedente il suo funerale, andai ad aspettarne la bara al comune di Viareggio. Nella sala consiliare deserta c’erano due sue grandi foto. Mi guardava e sorrideva come suo solito. Ebbi un sasso in gola e, chiusi gli occhi, mormorai: arrivederci, professore.