Garibaldi, un gigante ma non un genio militare

Sebbene maiora premunt e il Paese stia andando a ramengo, proprio per tale motivo vengo a chiederle ragione del suo poco rispettoso atteggiamento nei confronti di una figura indissolubilmente legata alla nostra storia patria della quale, insieme con Vittorio Emanuele, Benso di Cavour e Giuseppe Mazzini è Padre fondatore. Non si può celebrare, come di questi giorni, l’importanza e il valore della Costituzione e sprezzare al tempo stesso Giuseppe Garibaldi. Mi riferisco soprattutto al suo acido giudizio sulla pochezza del talento militare dell’«Eroe dei due mondi» al quale si annovera sì la sconfitta di Mentana, ma ricordi che ivi a fare miracoli non furono gli zuavi quanto i loro micidiali chassepots.


Non per mitigare le mie colpe, caro Rocca, ma quel giudizio su Peppino Garibaldi - «il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua» (che per un intero mese tenne bellamente testa all’Eroe dei due Mondi) - è di Vittorio Emanuele, Padre della Patria. E non per rigirare il coltello nella ferita, ma la storia degli Chassepots che fecero miracoli... C’è un precedente di ben più ampia rilevanza storica agli Chassepots di Mentana, ovvero alla tentazione di imputare una disfatta alla supremazia dell’armamento nemico: Agincourt. Dove il 25 ottobre del 1415 gli inglesi di Enrico V se la videro coi francesi di Carlo VII le Bien-Aimé, il Beneamato, ma anche le Fou, il pazzo. Benché inferiori di numero (6mila contro 25mila), la vittoria arrise ai primi e nella mattanza trovarono la morte quasi 10mila francesi (e fra questi 800 cavalieri, il fiore della nobiltà) mentre gli inglesi non lamentarono che 200 perdite. Non volendo ammettere che la prima responsabile della sconfitta fu la cavalleria, istituzione sorta in Francia che ne dettò canoni e ideali, e la seconda, la bischeraggine dei comandanti, già allora affetti da sciovinismo acuto i francesi l’attribuirono alla micidiale efficacia dell’arco lungo inglese. Alibi avvalorato poi da schiere di storici tant’è che la balla del longbow responsabile della disfatta di Agincourt ancora tiene.
Stessa storia per gli Chassepots, fucili a retrocarica in dotazione ai regolari francesi del generale Polhes, non agli zuavi, ai «papalini» del generale Kanzler. E furono quest’ultimi che a Mentana le sonarono di santa ragione a Garibaldi, non i primi, che costituivano la retroguardia delle forze pontificie. Insomma, caro Rocca, quando Vittorio Emanuele affermò che come soldato don Peppino non era poi tutto questo granché («né così onesto come lo si dipinge», aggiunse), sapeva quel che diceva. Naturalmente tutto ciò non intacca lo smalto dell’Eroe, che seguita a restare sempre ben lustro ed è giusto che sia così: se ci si toglie anche Garibaldi, cosa ci resta? Cialdini? Persano? Badoglio o Moranino? E poi se sul campo di battaglia non sempre (quasi mai) fu all’altezza, don Peppino giganteggiò in altre occasioni. Come quando, affacciatosi al balcone del Campidoglio - siamo ai tempi della Repubblica romana - tacitò la folla che sguaiatamente lo acclamava difensore de «’a libbbertà» e spauracchio «der governo de li preti» con un perentorio: «Romani! Siate seri» mai così ben detto (naturalmente, quando cadde la Repubblica gli stessi romani si affollarono attorno a Pio IX sommergendo di lodi «er Papa nostro» che li aveva liberati «dar tiranno» ristabilendo «er giusto governo de la santa Chiesa»).