GARIBALDI Il mancato eroe dei tre mondi

Nel luglio-agosto 1861 Vittorio Emanuele fu lieto di dare il benestare alla missione. Vi vedeva un modo per liberarsi di una presenza ingombrante. Così il condottiero accettò, dopo precise garanzie sull’abolizione della schiavitù. Ma a quel punto si misero di mezzo i giornalisti

I vecchi del paese ancora chiamano il camposanto dei genchi quell’angolo della baia di Panigaglia, oggi purtroppo deturpata dagli enormi serbatoi della Snam, che si affaccia sul golfo della Spezia. Lo chiamano così, ma ignorano che genchi è la deformazione dialettale di yankee e che quel luogo, più di un secolo e mezzo fa, ospitava il primo cimitero di guerra americano in Europa. E non solo: in questa baia è racchiusa una pagina ignorata della storia degli Stati Uniti d’America che registra una serie di singolari primati. Qui approdò la prima Task force americana del Mediterraneo; qui sorse la prima base militare Usa d’Europa; da qui presero il via le prime azioni dei marine contro il «terrorismo islamico»; qui tramontò il progetto di Abramo Lincoln di affidare a Giuseppe Garibaldi il comando dell’esercito nordista impegnato nella Guerra di secessione americana e qui... Ma forse è opportuno cominciare dal principio.
Agli inizi dell’Ottocento i corsari barbareschi, che godevano della protezione dell’impero ottomano, erano ancora molto attivi attorno allo stretto di Gibilterra. Le loro prede tradizionali erano le navi «cristiane», ma quelle particolarmente prese di mira erano le navi mercantili americane, per la semplice ragione che a molestare quelle europee si rischiava la ritorsione delle cannoniere che battevano la stessa bandiera. Questo stillicidio durò a lungo, tanto che il governo americano decise di correre ai ripari. Nel 1804 una squadra della Us Navy, composta di dieci cannoniere, attraversò l’Atlantico, varcò lo Stretto e attaccò nottetempo il porto di Tripoli che, come quelli di Algeri e di Tunisi, era l’abituale rifugio delle flotte corsare.
Il colpo di mano registrò un successo clamoroso. Un commando di marine, armati anche di tomahawk indiani, arrembarono le navi alla fonda, incendiarono il porto e massacrarono chiunque gli si parava dinnanzi, guadagnandosi l’esecrazione di un cronista islamico («i cani cristiani, feroci come tigri hanno ucciso i nostri fratelli e bruciato le nostre navi davanti ai nostri occhi») e l’ammirazione dell’ammiraglio Nelson che ne parlò come «dell’azione più audace di tutta la nostra epoca». L’episodio entrò nella storia dei marine che ancora lo ricordano nella prima strofa del loro celebre inno (From the halls of Montezuma, to the shores of Tripoli... ).
La guerra contro i corsari barbareschi (che erano organizzati come una sorta di Al Qaida, ossia una «rete» complessa e terroristica priva di Stato e di bandiera) proseguì ancora per alcuni decenni, cosicché il governo americano si trovò costretto a cercare una base di ancoraggio e di rifornimento per una Task force da dislocare stabilmente nel Mediterraneo. Scartata Minorca a causa della conflittualità esistente fra Washington e Madrid per contenziosi coloniali, la scelta cadde sul golfo della Spezia, fino allora considerato un rifugio accogliente per poeti romantici e amanti fuggiaschi. Le trattative col Regno di Sardegna furono condotte dal commodoro S. H. Stringham, il quale riferì di aver ottenuto dal governo di Torino il permesso di disporre «non solo del seno di Panigaglia, ma anche degli altri, sulla costa occidentale del golfo, dalla Polla di Fezzano fino alle Grazie e all’entrata della Castagna, che sono al riparo dai venti e dal mare, hanno sufficiente profondità d’acqua e largheggiano abbastanza per contenere una numerosa squadra».
Questo accadeva nel 1852 e dopo di allora, per una decina d’anni, i genchi costruirono moli, depositi, quartieri e anche un cimitero per i loro compagni morti per malattie e anche per le frequenti impiccagioni contro le quali intercedette spesso la regina Maria Adelaide, moglie di Vittorio Emanuele II, abituale frequentatrice delle spiagge spezzine. Gli yankee c’erano ancora quando, nel 1860, gli italiani applaudirono la gloriosa spedizione dei Mille e così l’anno dopo quando, il 12 aprile del 1861, ebbe inizio la Guerra di secessione americana. In quell’occasione, «nordisti» e «sudisti» si azzuffarono anche nella baia di Panigaglia finché non intervennero i nostri carabinieri a ristabilire l’ordine. Fu a questo punto, e precisamente il 1º settembre del 1862, che entrò in scena Giuseppe Garibaldi.
Finora si è molto polemizzato sull’offerta fatta da Abramo Lincoln a Garibaldi di assumere il comando, o «un» comando dell’esercito «nordista». Gli storici americani hanno sempre negato tutto storcendo il naso. Garibaldi, d’altronde, è pur sempre un italiano e gli italiani, come è noto, si preferisce storicizzarli con ruoli diversi. Invece quell’offerta ci fu. Siamo infatti in grado di documentarla grazie alle carte riemerse dall’archivio privato dei Savoia donato qualche anno fa da Umberto II alla città di Torino. I documenti sono stati rintracciati grazie alla preziosa collaborazione della dottoressa Federica Paglieri dell’archivio torinese.
A suggerire a Lincoln di «arruolare» Garibaldi fu l’ambasciatore americano a Torino, P. H. Marsh. Dopo la spedizione dei Mille, che aveva consentito a Cavour di proclamare la costituzione del Regno d’Italia, la popolarità dell’«eroe dei due mondi» aveva raggiunto lo zenit, ma a Torino il Generale era guardato con sospetto per le sue non nascoste intenzioni di risolvere con le armi anche la complessa «questione romana».
«Ora - riferiva Marsh al suo governo - il conquistatore delle Due Sicilie si è ritirato nell’isola di Caprera deluso e imbronciato, ma non certo rassegnato a rimanere inerte. Averlo al nostro fianco sarebbe un grosso successo perché, pur non essendo altro che un individuo solitario e privato, in questo momento il signor Garibaldi è, in sé e per sé, una delle più grandi potenze del mondo».
In quello stesso momento, la Guerra di secessione non andava bene per i «nordisti». Malgrado la loro indiscussa superiorità, i soldati «blu» collezionavano sconfitte su sconfitte e difettavano di buoni comandanti. Fu appunto per queste ragioni che il consiglio di Marsh venne preso molto sul serio a Washington. La presenza del prestigioso condottiero italiano avrebbe certamente galvanizzato le truppe e riscosso un effetto positivo sull’opinione pubblica. Fu così che Abramo Lincoln decise di lanciare un appello a Garibaldi che venne pubblicato il 21 luglio 1861 sul Century Magazine di New York. In questo appello accorato, il presidente americano chiedeva «all’Eroe della libertà di prestare la potenza del suo nome, il suo genio e la sua spada alla causa del Nord».
L’appello di Lincoln non ricevette tuttavia l’unanime consenso degli americani. Negli ambienti conservatori offrire il comando a un generale straniero appariva umiliante e fu appunto per l’opposizione di costoro che i documenti delle trattative non furono pubblicati nella Corrispondenza diplomatica Usa. Ma le trattative ci furono eccome. Tant’è che, pochi giorni dopo, Garibaldi scrisse direttamente a Vittorio Emanuele per chiedergli il permesso di rispondere positivamente all’appello. La sua richiesta autografa è contenuta in un semplice biglietto postale, di colore azzurro, regolarmente affrancato e indirizzato a «Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele. Torino». Ecco il testo: «Sire, il presidente delli Stati Uniti mi offre il comando di quell’esercito; io mi trovo in obbligo d’accettare tale missione per un paese, di cui sono cittadino. Nonostante prima di risolvermi, ho creduto mio dovere d’informare la Maestà Vostra, e sapere se crede che io possa avere l’onore di servirla. Ho l’onore di dirmi di V. Maestà il dev. mo servitore G. Garibaldi».
Sul biglietto postale la data è indecifrabile, ma siamo certamente nel luglio-agosto 1861, un momento delicato per la politica italiana perché la «Questione romana» era all’ordine del giorno, il Partito d’azione voleva marciare sulla capitale papalina e reclamava il famoso «milione di fucili» promesso, per affrontare anche l’Austria. L’occasione di liberarsi onorevolmente di Garibaldi giunse quindi propizia a Vittorio Emanuele il quale, per non farsela scappare, vergò frettolosamente sul verso dello stesso biglietto postale il seguente appunto per il suo aiutante di campo: «Caro Trucchi, risponda al generale Garibaldi da parte mia in questi termini. Per quel che riguarda la quistione degli Stati Uniti faccia lei quel che gl’ispira la sua coscienza che è sempre il solo giudice in affari di sì grave momento, e qualunque sia la decisione che ella prenderà, sono più che certo che non dimenticherà la cara Patria italiana che è sempre a capo dei suoi come de’ miei pensieri».
Garibaldi fu quindi lasciato libero di varcare l’oceano, ma prima di muoversi il Generale, che non era poi così ingenuo come si vuole far credere, pretese delle precise garanzie. L’incarico di ascoltarle fu affidato dal governo americano all’ambasciatore Usa in Belgio J. L. Sanford il quale, dopo essersi recato personalmente a Caprera, così riferiva a Washington: «Ho avuto con il generale Garibaldi una lunga conversazione. Egli mi ha detto che il solo modo in cui avrebbe potuto prestare servizio alla causa degli Stati Uniti, il che ardentemente desiderava fare, era come comandante in capo delle forze; che soltanto in tale qualità sarebbe andato, e con la facoltà, indipendente dagli eventi, di dichiarare l’abolizione della schiavitù, poiché, senza di questo, si sarebbe semplicemente trattato di una guerra civile per la quale il mondo non poteva sentire speciale interesse o simpatia».
Per quanto possa sembrare strano - considerando che secondo la storia americana tramandataci da Hollywood i soldati «blu» combatterono per la liberazione degli schiavi - fu proprio la richiesta dell’affrancamento della schiavitù a raffreddare gli entusiasmi del governo americano per il quale, in quel momento, l’abolizione dello schiavismo non era affatto in programma. Tuttavia, le trattative continuarono: grazie soprattutto ai buoni e interessati uffici di Torino che desiderava liberarsi quanto prima dell’ingombrante personaggio.
A interrompere bruscamente le trattative fu uno scoop giornalistico. Il quotidiano liberale Italia, pubblicato a Torino, rivelò che cosa stava bollendo in pentola e il Partito d’azione lanciò l’allarme: si stava complottando per allontanare Garibaldi dall’Italia onde impedire la soluzione della «questione romana». Seguirono vaste manifestazioni di piazza, Garibaldi fu inondato di petizioni popolari e lui stesso fu in seguito assorbito dalla preparazione dell’impresa che, all’insegna di «Roma o morte», sarebbe poi miseramente naufragata nell’agosto del ’62 sull’Aspromonte con lo scontro fratricida tra garibaldini e bersaglieri.
Fu appunto dopo questo avvenimento che Garibaldi, prigioniero e ferito, fece la sua comparsa sulla scena di Panigaglia, dove sostava la Task force americana. Il forte del Varignano, dove fu recluso (e che oggi ospita gli arditi incursori della Marina) domina infatti questo tratto di mare. La presenza nel golfo del Generale non sfuggì al commodoro S. H. Stringham, che ne riferì a Washington dove ancora non si era rinunciato all’idea di arruolare l’«eroe dei due mondi». Anzi, una delle due condizioni poste dal generale era caduta poiché Lincoln si era finalmente deciso a proclamare l’abolizione della schiavitù se la vittoria avesse arriso alle forze dell’Unione. Restava quella del comando in capo dell’esercito che, secondo la Costituzione americana, spetta al presidente, ma forse si poteva trovare un’equa soluzione.
Questa volta, l’incarico di prendere contatto col Generale fu affidato all’ambasciatore americano a Vienna, Teodoro Canisius il quale ricevette, fra le altre, le seguenti istruzioni: «Gli dica che riceverà il grado di Maggior Generale dell’esercito degli Stati Uniti con lo stipendio relativo e la cordiale accoglienza del popolo americano».
Senza perdere tempo, il 1º settembre del 1862 Canisius scriveva a Garibaldi: «Generale! Ora che siete ormai nell’impossibilità di condurre a termine la vostra grande impresa patriottica forse sarete meglio disposto a offrire il vostro braccio per la lotta che la grande Repubblica sostiene per la libertà e l’unità... ». Garibaldi gli rispose il 14 di settembre nei seguenti termini: «Signore, sono prigioniero e gravemente ferito: per conseguenza mi è impossibile disporre di me stesso. Credo però che sarò messo in libertà e se le mie ferite si rimargineranno, sarà arrivata l’occasione favorevole in cui potrò soddisfare il mio desiderio di servire la grande Repubblica Americana, che oggi combatte per la libertà universale». Questa volta, Garibaldi non poneva condizioni e il 5 ottobre l’ambasciatore a Torino, Marsh, era autorizzato a nome del suo governo a offrire a Garibaldi il comando di un’armata.
Ma ancora una volta uno scoop giornalistico mandò a monte l’impresa. L’ambasciatore Canisius, forse geloso del collega Marsh cui erano state affidate le trattative, per sottolineare la sua priorità comunicò alla stampa il testo della sua lettera inviata a Garibaldi. In questa lettera, come abbiamo visto, veniva definita «grande impresa patriottica» la spedizione garibaldina in Aspromonte che l’esercito piemontese aveva represso nel sangue, e forse è inutile aggiungere che i giornali austriaci sottolinearono questa affermazione che non poteva certo tornare gradita al governo di Torino. Fra la capitale italiana e quella americana ci fu uno scambio risentito di opinioni fino a sfiorare la crisi diplomatica. Andò così a finire che Canisius venne sospeso e richiamato in patria, mentre a Marsh fu ordinato di interrompere ogni contatto col Generale.
Garibaldi quindi non andò più in America e fu certamente un peccato per i futuri registi di Hollywood che avrebbero avuto a disposizione un personaggio «vero» da immortalare sugli schermi. Se ne andarono invece, pochi anni dopo, i marine della Task force di Panigaglia. Sfrattati dalle nostre spiagge per far posto alle costruzioni dell’Arsenale e delle fortificazioni che avrebbero trasformato il borgo spezzino nella più importante piazzaforte del Mediterraneo. Del loro piccolo cimitero abbandonato, gli americani si ricordarono soltanto nel 1929, quando inviarono nel Golfo il capitano di vascello Smith Holmes per un sopralluogo. Non ebbe successo: trovò infatti una polveriera al posto del cimitero dei genchi e dovette accontentarsi di poche lapidi sbreccate conservate nella chiesetta abbandonata di Sant’Andrea.