Il Garofano appassito può rifiorire

Qualche giorno fa l’ex deputato craxiano calabrese Saverio Zavettieri, presidente del partitino dei Socialisti, nato dalla ennesima scissione del Nuovo Psi di De Michelis, ha notificato l’avviso di sfratto a Bobo Craxi. E ha reso noto che il figlio dell’ex premier Bettino ha contrattato dai Ds (e ottenuto) l’incarico di quarto sottosegretario agli Esteri solo a titolo personale. In molti tra ex dirigenti, ex elettori ed ex simpatizzanti del centenario Psi, scomparso nel 1993 per responsabilità dei giudici, dei post-comunisti ma anche per gravi errori dei suoi dirigenti, avranno commentato con amarezza quella lettera. E, nel contempo, si saranno chiesti se non si possa far proprio nulla per impedire che la storia di una forza storica come quella socialista possa finire così miseramente, in una serie di ripicche, di liti sulle poltrone e sui destini personali, di pochi «reduci». Proprio mentre in Francia una bella e brava dirigente socialista, Madame Segolène Royal, sta presentando agli elettori la sua autorevole e forte candidatura alla successione di Jacques Chirac.
Di recente sull’Unità sono apparse alcune interessanti riflessioni, firmate da esponenti ex Psi, oggi vicini alla Quercia come Tamburrano, Emiliani e Veltri, giustamente critiche sulla rimozione dalla memoria storica e politica della sinistra delle tante intuizioni e delle numerose realizzazioni dei leader storici del Psi: Morandi, Nenni, Pertini, Mancini e Craxi. Purtroppo gli autori di questi articoli non sono stati in grado di rispondere affermativamente a questa domanda: i dirigenti diessini e quelli del futuro partitone democratico dimostreranno, concretamente, al di là delle scontate buone intenzioni, la volontà di fare i conti con la «questione socialista» oppure continueranno a ignorarla? Procederanno cioè sulla strada, impervia ma ineludibile, di un’operazione di verità sulla storia, sui meriti, sulle conquiste e sugli errori del Psi? Fassino e D’Alema hanno pensato che per formalizzare l’annessione della tradizione socialista bastasse concedere un paio di seggi e qualche strapuntino a pochi ex socialisti recatisi a bussare al Botteghino. Quest’operazione, sul piano politico ed elettorale, è completamente fallita. Soprattutto perché gli ex socialisti continuano a toccare con mano la freddezza, l’astio e l’ostilità con le quali gli eredi di Togliatti e Berlinguer guardano alla storia, alla cultura, alle vicende, alle scissioni e ai drammi dei socialisti. Che certamente non meritano di finire nella farsa. Certo non per posto di sottosegretario agli Esteri guidato dal più antisocialista dei Ds, cioè Massimo D’Alema.
E allora che fare? Boselli e De Michelis, che non hanno il carisma di Bettino né tantomeno degli altri vecchi leader, hanno sbagliato a imbarcare i propri cespugli ciascuno in uno schieramento. Alle politiche una lista di unità socialista avrebbe potuto ottenere il 3 per cento dei consensi e contare in Parlamento su 25 deputati e 10 senatori: un risultato certo migliore di quelli fatti registrare dall’alleanza tra il Nuovo Psi e Dc di Rotondi nella Casa delle Libertà e nel cartello elettorale (mal riuscito) tra lo Sdi e i pannelliani nell’Unione. Con tutta la simpatia per le battaglie civili dei radicali, non è ammissibile che dopo le elezioni la Rosa nel pugno abbia unicamente pensato a postulare a Prodi la poltrona della Difesa per Emma Bonino, accontentandosi poi delle Politiche comunitarie. Dal momento che sarà molto difficile che gli attuali dirigenti socialisti della Rosa si dimettano e lascino spazio ai trentenni, come ha chiesto l’ex ministro craxiano Rino Formica (e che in cambio ha ricevuto una brusca e scortese risposta da Boselli) sarebbe almeno auspicabile che la smettano di atteggiarsi a improbabili Peppone «mangiapreti» del 2000, puntando solo sull’anti-clericalismo. Difendano, piuttosto, la legge elaborata da Marco Biagi, che era un riformista coraggioso, e impediscano ai generali privi di truppe come i Capezzone, i D’Elia (che errore far eleggere l’ex terrorista!) e le Bonino di insistere con gli alleati e con il Professore sui temi cari ai radicali ma tanto datati. Serve uno sforzo maggiore sulle questioni economico-sociali e sul rilancio (con le grandi infrastrutture) del Mezzogiorno.
Nel momento in cui dal Quirinale Giorgio Napolitano benedice compiaciuto la «santa alleanza» tra ex democristiani ed ex comunisti, in nome del ritorno a quel consociativismo cattocomunista che caratterizzò gli anni Ottanta, quanti si richiamano al socialismo democratico non dovrebbero preoccuparsi, quasi esclusivamente, delle proprie modeste rendite di posizione, concesse peraltro non troppo generosamente dai vertici dei rispettivi poli. C’è bisogno di lavorare alla costruzione di una sinistra moderna, con maggiore coraggio e intelligenza politica, con leader nuovi e meno legati al passato, che sia una forza effettivamente socialdemocratica, mitterrandiana e blairiana. E non già di una modesta sinistra zapateriana.