Geminiani: «Così Coppi poteva essere salvato»

Il ciclista francese: «Telefonammo in Italia per dire che era malaria, ma non ci credettero. Quelli di oggi? Pantani era meglio di Armstrong»

Pier Augusto Stagi

Era in coma. Quando Fausto Coppi morì, alle 8.45 del 2 gennaio 1960, Raphael Geminiani era in coma all'ospedale di Clermont Ferrand. E in barba all'estrema unzione, che il prete in quelle ore di agonia gli impartì, oggi festeggia i suoi primi 80 anni. Positivo, allegro, sempre pronto alla battuta e ai racconti roboanti. Per questo in gruppo era chiamato e lo chiamano ancora «le grand fusil», il grande fucile, perché quando Raphael Geminiani era corridore, sparava le sue cartucce fino alla fine. Ma molti raccontano che quel soprannome era frutto soprattutto del suo carattere: ne ha sempre sparate di grosse. «Mi piaceva divertirmi e divertire chi stava con me, sono sempre stato un positivo, uno di compagnia, uno dalla battuta facile. Mi spiace solo che oggi non sia qui con me a festeggiare il mio amico Fausto. Questo è uno dei grandi crucci che ho, aver perso un amico come lui. E pensare che sarebbe bastato così poco».
Bastava ascoltare il fratello e la moglie di Geminiani, che chiamarono l'ospedale di Alessandria per avvertire i medici che avevano in cura il Campionissimo, che Raphael aveva contratto la malaria e lo stavano curando con il chinino. Sarebbe bastato il chinino per salvare anche Fausto Coppi, ma i medici risposero di pensare al loro paziente che loro avrebbero provveduto a Coppi. I due erano molto amici, e quel dicembre del '59 decisero di andare nell'Alto Volta per una serie di circuiti e per alcune battute di caccia. Al loro ritorno, i sintomi della malattia. «Io rimasi otto giorni in coma, altro che storie: mi ritengo un miracolato. Quando mi risvegliai - ci racconta Geminiani, che oggi vive a Perignat sur Allier, nell'Auvergne - era il 5 gennaio. Fu mia moglie a dirmi: "Fausto è morto". Sul tavolino i giornali francesi con i titoli a piena pagina».
Geminiani, ci parli un po' di lei, adesso...
«Cosa posso dirle, sono sereno e posso dirmi anche felice. Sto bene, ho una moglie come Anna Maria che risposerei non una ma cento volte, ho due figli Jean Luis (giornalista a Nice Matin) e Franco magnifici, quattro nipoti, tre fratelli che io adoro: Angelo, di 89 anni, Pologna di 85 e Rosa Maria di 76. E poi ho il ciclismo, che è sempre nel mio cuore. Se vado ancora in bicicletta? No, qualche piccolo passeggino: 800 metri al giorno, vado a prendere il pane e il giornale».
Ma lei che li ha conosciuti bene, preferiva Coppi o Bartali?
«Tutti e due. Fausto lo conoscevo bene, ci ho corso assieme nel '52 alla Bianchi. Ma anche Gino era un grande personaggio. I ragazzi di oggi non possono immaginare che personalità avevano quei due: diversissimi, ma uguali nel trasmettere emozioni agli sportivi di mezzo mondo. Oggi i corridori sono tutti uguali: pedalano allo stesso modo, si allenano allo stesso modo, parlano allo stesso modo, corrono allo stesso modo».
Ma ci sarà un corridore che oggi le piace più di altri?
«Senza dubbio Lance Armstrong, anche se secondo me non ha charme. Fa bene il suo mestiere, è un grandissimo campione ma non riesce a sedurre gli sportivi. Pantani, per capirci, era l'unico di questi ragazzi dell'ultima generazione ad avere una grande personalità, aveva charme, trasmetteva emozioni. Armstrong no».
Non ci ha detto niente di Moser e Saronni: non le piacevano?
«Moser molto, era un grande attaccante, un atleta di grande risonanza internazionale. Saronni è stato poco internazionale, hanno fatto male a non portarlo al Tour».
Bugno o Chiappucci?
«Gianni Bugno ottimo atleta, un piccolo grande campione, di spessore internazionale. Se avesse avuto un carattere più forte, sarebbe stato il più forte della sua epoca. Chiappucci ha ottenuto il massimo con quello di cui disponeva. Bugno è stato un campione, Chiappucci un ottimo animatore».
E adesso chi le piace?
«Ivan Basso per temperamento, modo di interpretare la professione. Ma quello che mi piaceva più di tutti era Marco Pantani. Poteva vincere due-tre Tour. Andava in salita come nessun altro, era un talento. È stato rovinato».
Cosa pensa del doping?
«Che c'è sempre stato e ci sarà sempre. Ma oggi, a differenza dei miei tempi, c'è molta più ipocrisia. Si vuole vietare tutto, anche ciò che fa bene o che è giusto dare ai ragazzi per svolgere senza stress fisici la loro professione. Il ciclismo non è sport che si può fare a pane e acqua, chi pensa il contrario è un'ipocrita, e non sa nulla di sport».