Un generale in rivolta contro Roma padrona

Nemico di Silla, fu questore nella Gallia Cisalpina. Nell’83 a.C. si trasferì in Spagna. E fece di quella provincia una potenza che si ribellò all’Urbe

Non conosciamo il suo volto. Non ebbe ritratti in marmo o in bronzo. Eppure Quinto Sertorio ha un posto di rilievo nelle Vite di Plutarco. E la sua ribellione a Roma fa ancora discutere gli storici. Ribelle o eroe? Traditore o ultima speranza di indipendenza degli Iberici? Né vessillifero di libertà spagnola, né traditore di Roma, secondo Juan Santos Yanguas, docente di Storia antica all’Università dei Paesi Baschi che di questo controverso personaggio parla domani al convegno promosso dalla Fondazione Niccolò Canussio a Cividale del Friuli.
L’intervento del professore verte proprio su «Sertorio. Un romano contro Roma nella crisi della repubblica». «Indubbiamente - dichiara Santos Yanguas - Sertorio è una figura contraddittoria. Ma bisogna valutarlo indipendentemente dalle due tradizioni storiografiche contrapposte pervenuteci dall’antichità: la filosertoriana di Plutarco e l’antisertoriana della cerchia di Pompeo Magno». Le biografie a suo favore dicono che fosse coraggioso e umano, attento alle necessità delle popolazioni dell’Iberia conquistata, eccellente oratore e ottimo capo militare. Capace di circondarsi di un’aura leggendaria, come dimostra la vicenda della cerva bianca, avuta in dono da un capo iberico e divenuta sua inseparabile compagna. Si diceva che attraverso di lei comunicasse con la dea Diana.
Quinto Sertorio era un italico, un sabino, nato a Nursia (l’odierna Norcia) nel 123 a.C. Non si sa molto dei suoi primi anni di attività pubblica, se non che combattè con Caio Mario in Gallia nel 104 e poi fu in Spagna come tribunus militum. Fra il 90 e l’89 fu questore nella Gallia Cisalpina. «Ma quando nell’88 a.C. tornò a Roma - dice Santos Yanguas - si scontrò con l’ostilità di Silla che ne impedì l’elezione a tribuno della plebe. In fondo era pur sempre un mariano, anche se probabilmente più vicino a Cinna, uomo della conciliazione con le parti più moderate della nobilitas, e non condivise mai i massacri perpetrati da Mario. Comunque dalla fine dell’83 cominciarono anche i dissensi con i capi democratici e Sertorio partì per l’Hispania, provincia che gli era stata assegnata. Da allora cessa di essere un politico antisillano per diventare quel personaggio mitico e contraddittorio tramandatoci dalla storiografia antica».
In Spagna Sertorio si dedicò alla romanizzazione delle popolazioni locali, costituì un senato nel quale accolse anche i migliori esponenti iberici, si circondò di guardie spagnole, fondò a Osca (Huesca) una scuola dove i figli dei maggiorenti locali potessero ricevere un’educazione romana. Troppo potente per essere lasciato in pace. Silla gli spedì alle calcagna il governatore Quinto Cecilio Metello, da lui sconfitto nel 79 sulle rive del Guadalquivir da un esercito formato da romani «sertoriani» e da iberici. Quando a Sertorio si unì anche Marco Perperna Vento con un seguito di nobili romani «fuoriusciti», lo Stato romano avvertì il pericolo e inviò in Spagna Gneo Pompeo con 50mila legionari. Troppi per Sertorio, bloccato a oriente da Pompeo, senza poter ricevere rinforzi via mare. Le sue fortune politiche declinavano, i dissensi indebolivano i suoi stessi seguaci. Il tradimento di Perperna Vento segnò la sua fine. Morì assassinato nel 72, in una delle tante congiure che hanno segnato la vita politica di Roma.
Ma come va considerato un romano che solleva una provincia contro Roma? Risponde Juan Santos Yanguas: «Sertorio non si sollevò propriamente contro Roma, ma contro la dittatura sillana. Lui continuava a rispettare l’autorità del senato, quindi la legalità repubblicana. Nei documenti che lo riguardano si evince la sua pietas erga patriam. Quanto alla guerra contro i vari governatori inviati da Roma e contro Pompeo, Sertorio non arruolò iberici contro Roma ma combattè con romani e iberici contro l’esercito di Pompeo, formato da romani e indigeni. Insomma, si tratta pur sempre di episodi di una guerra civile».
Eppure è difficile sottrarsi all’ipotesi suggestiva di un Sertorio vittorioso contro Pompeo e postosi a capo di una Spagna indipendente, seppure di cultura latina. Lo storico è cauto: «Le forze degli optimates erano comunque troppo superiori alle sue. E il trattamento che Sertorio riservò agli indigeni di Spagna non si distacca da quello tradizionalmente riservato dai romani ai territori conquistati. I posti di comando erano occupati dai cives romani e dagli italici. Indubbiamente però la partecipazione degli iberici alle lotte sertoriane rappresentarono l’ultima grande sollevazione contro gli stranieri. D’ora in avanti la Spagna rimarrà sotto il dominio di Roma».
Dunque Sertorio non fece tremare la repubblica. Ci vorrà Cesare, 23 anni dopo, quando attraversò il Rubicone in armi. Ma probabilmente i due populares perseguitati da Silla non fecero neppure in tempo a conoscersi. «Quando Sertorio partì per la Spagna per non fare più ritorno - conclude Santos Yanguas - Cesare aveva 17 anni».