Generazione E, più etica meno politica

Disimpegnati, inattivi, acritici? Il saggio «I figli del disincanto» ribalta gli stereotipi sui giovani europei: quasi la metà si dichiara interessata ai temi etici

Rivolti all’etica più che alla politica. Idealisti. Poco partecipativi ma attenti ai cambiamenti. Incapaci di dichiarare un’appartenenza di destra o di sinistra. Eredi di un disincanto trasmesso loro da genitori delusi dai partiti e dalla vita sociale. Questo il ritratto della «generazione E», i giovani europei nati dopo il 1980 secondo I figli del disincanto, raccolta di saggi a cura di Marco Bontempi e Renato Pocaterra (Bruno Mondadori, pagg. 190, euro 20) in libreria domani. Il volume, che nasce dalla collaborazione fra il Centro interuniversitario di sociologia politica dell’università di Firenze e la Fondazione Iard, raccoglie e commenta i dati di Euyoupart (Political participation of young people in Europe), un’indagine - unica nel suo genere per ampiezza del campione e metodologia - sulla partecipazione politica giovanile, avviata da un consorzio internazionale di nove istituti di ricerca europei.
La ricerca è stata effettuata su un campione di 8000 giovani dai 15 ai 25 anni appartenenti a otto paesi europei - Austria, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Slovacchia - e ha dato vita a un’analisi comparata delle differenti tendenze giovanili nei paesi che contano su una solida tradizione democratica e in quelli che, entrati da poco a far parte dell’Unione europea, si trovano ancora alle prese con importanti processi di democratizzazione. I risultati sono tanto più interessanti se si pensa che sfatano una serie di luoghi comuni che si sono andati affermando in questi ultimi anni su giovani e giovanissimi: disimpegno, incapacità di analisi della situazione politica, inattività, poca coscienza critica. Secondo la ricerca, i ragazzi europei sono invece in grado di esprimere quella che i sociologi chiamano «mobilitazione cognitiva», ovvero una forma di coinvolgimento psicologico nella politica, ma in forme completamente diverse per espressione e pragmatica dalle generazioni precedenti.
Scordiamoci i paragoni con la mobilitazione politica e l’appartenenza partitica esibita con orgoglio fino agli anni Ottanta: il primo dato è infatti che soltanto il 5,9 per cento degli indagati si dichiara molto interessato alla politica, il 30,7 per cento abbastanza interessato, il 44,4 per cento poco interessato, il 19,1 per cento per nulla interessato. E il chiaro segno di apatia, a livello di interesse dichiarato, è dato da questa ultima percentuale, che si ritrova alta in maniera assoluta in Francia e Regno Unito, tra i giovani con meno risorse economiche, socialmente marginali, meno istruiti e non occupati e tra i giovanissimi, sotto i 18 anni. La verità, però, è che l’interesse non è svanito. Si è solo spostato in altre aree della vita sociale: «I giovani si sentono legittimati a dare giudizi di valore, mentre si rivelano incerti o ignoranti riguardo a giudizi di carattere economico o distributivo», spiega uno dei due curatori del volume, il professor Marco Bontempi dell’università degli studi di Firenze. «Questa suddivisione etica funziona come nuovo modo di ordinare lo spazio politico e dirige le appartenenze temporanee ad alcuni partiti piuttosto che ad altri».
Se i partiti, allora, sembrano perdere la capacità di rivolgersi a giovani che non siano già interessati alla politica, se ciò che sembra svanire è la funzione emancipativa della partecipazione - tipica, in passato delle lotte sindacali o dei movimenti degli anni Settanta - ecco che nel cuore e nelle menti dei giovani si affacciano nuove forme di attivismo: la discussione su temi etici come la manipolazione genetica o la pena di morte, l’associazionismo - almeno un terzo degli intervistati si dichiara iscritto a qualche associazione -, la religiosità, dichiarata dal 44 per cento dei giovani attivi sia socialmente che politicamente.
Abbandono pressoché totale dell’attività partitica tradizionalmente intesa, dunque - oltre il 90 per cento degli intervistati dichiara di non aver mai contattato un politico, sostenuto una campagna elettorale, finanziato un gruppo politico, distribuito volantini o tenuto un discorso - a favore di un impegno fluttuante che non mette più in gioco identità o appartenenze a tempo indeterminato, bensì interessi precisi e tattici, legati a un momento contingente della vita sociale. Una corrente sotterranea di affezione psicologica di cui ancora non sono state valutate le potenzialità, una nuova forma di «disinteresse attivo» che il professor Bontempi ha definito come «antipolitica», dimostrata dalla capacità di aggregazione intorno a temi di interesse comune, cioè politico, per periodi brevi ma «passionali» e caratterizzata per il forte contenuto critico nei confronti degli attori della scena politica del proprio paese e internazionale.
Per i giovani europei politicamente attivi, infine, la ricerca indica quattro modi diversi di vivere la politica che creano quattro nuove tipologie sociologiche: l’idealista, cioè colui che vuole attraverso la politica «costruire un mondo migliore», profilo concentrato in Italia in quantità maggiore e pressoché assente nel Regno Unito; il familista, cioè colui che si attiva politicamente soltanto per l’affermazione personale, profilo che si ritrova soprattutto tra i giovani dell’est europeo, estoni e slovacchi; l’apolitico attivo, il ragazzo cioè che «ha poco tempo» o «preferisce fare altro», tipologia tipica di Regno Unito e Paesi dell’est e infine il disilluso, cioè il giovane che ritiene che sia «inutile cercare di cambiare le cose». Profilo assolutamente marginale in tutti i Paesi che hanno risposto all’indagine. A conferma che le aspettative per un futuro migliore nei giovani non si sono perdute, così come la speranza, sentimento che caratterizza anche «gli europei della post-modernità».